Un tesoro da custodire

Atelier iconografico di Bose
Atelier iconografico di Bose

22 aprile 2017

Gv  21,15-25

15 In quei giorni quando ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». 16 Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore». 17 Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. 18 In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». 19 Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi». 20 Pietro si voltò e vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, colui che nella cena si era chinato sul suo petto e gli aveva domandato: «Signore, chi è che ti tradisce?». 21 Pietro dunque, come lo vide, disse a Gesù: «Signore, che cosa sarà di lui?». 22 Gesù gli rispose: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi». 23 Si diffuse perciò tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe morto. Gesù però non gli aveva detto che non sarebbe morto, ma: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa?». 24 Questi è il discepolo che testimonia queste cose e le ha scritte, e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera. 25 Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere.


“Seguimi!”: comando che troviamo alla fine e all’inizio del vangelo come direzione e orientamento della vita. La sequela del Signore, il seguirlo è l’orizzonte verso cui camminare e sempre tendere, è ciò che deve starci più a cuore e mai venire meno: stare dietro al Signore. Pietro è stato discepolo del Signore vivendo con lui momenti intensi e anche momenti di distanza, di incomprensione fino ad arrivare a rinnegare per tre volte il suo rapporto con Gesù. Qui, il Signore risorto sembra ricordare a Pietro proprio questo suo venir meno con la triplice domanda: tu mi vuoi bene? È come se volesse far uscire Pietro allo scoperto, volesse mettere a nudo il suo desiderio più profondo: questo vale pure per noi, anche se poi questo desiderio può essere tradito nel nostro vivere. Cosa ci brucia nel cuore? Amiamo davvero il Signore o la nostra vita è solo una sequela di superficie e senza profondità? Il Signore vuole il cuore, “dov’è il tuo tesoro lì è anche il tuo cuore” (Mt 6,21).

“Esaminate voi stessi”, ci dice Paolo (1Cor 13,5): andate in profondità per ritrovare l’amore del Signore che è alla base del vostro seguirlo. Nel tempo nel camminare  possiamo aver messo altre cose sopra e oltre l’amore per il Signore, l’impegno, la dedizione per gli altri, per il proprio lavoro, le forme più esterne della nostra fede, ma è il cuore che dobbiamo ritrovare. È la perla che un giorno abbiamo trovato, è il tesoro che abbiamo sotterrato perché così prezioso, e non dobbiamo dimenticarci che vive e mantiene la sua bellezza dentro di noi.

Certo è un tesoro da custodire come scrive Bonhoeffer, “un dono prezioso non lo si rimira continuamente, ma solo in momenti particolari e per il resto lo si possiede come un tesoro nascosto della cui esistenza si è sicuri, allora dal passato si irradiano una gioia e una forza duratura”. L’amore per il Signore e del Signore è questa gioia e forza duratura che abita in noi.

“Seguimi”: è anche il comando che ci mantiene lucidi nel rapporto con l’altro, con l’altro che è diverso da noi, che vive cose diverse da noi. Pietro vuole sapere di Giovanni, il discepolo amato, ma lui è rimandato alla sua personale sequela. Il confronto con l’altro, mosso anche dalle migliori intenzioni, non deve mutare il nostro compito primario: seguire il Signore. La diversità dell’altro, le sue contraddizioni possono essere un alibi per noi per venir meno nella sequela che esige da noi, e non dall’altro, radicalità, urgenza, direzione chiara … “Che importa a te? Tu seguimi!”.

“Chi sei tu, che giudichi un servo che non è tuo? Stia in piedi o cada, ciò riguarda il suo padrone. Ma starà in piedi, perché il Signore ha il potere di tenerlo in piedi” (Rm 13,4).

Il Signore ci doni la forza di restare saldi nella sua sequela, lui è il nostro orizzonte, la nostra meta e se nel cammino della vita veniamo meno, il Signore ci prenda per mano, ci rialzi per riprendere il cammino dietro a lui con rinnovata fiducia e intensità.

sorella Roberta


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