Increduli dalla gioia

Atelier iconografico di Bose.
Atelier iconografico di Bose.

19 aprile 2017

Lc  24,36-49

36 In quei giorni, mentre i discepoli discutevano dei fatti acaduti a Gerusalemme, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». 37 Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. 38 Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? 39 Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». 40 Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. 41 Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». 42 Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; 43 egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.
44 Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». 45 Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture 46 e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, 47 e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. 48 Di questo voi siete testimoni. 49 Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall'alto».


“Per la gioia i discepoli non credevano ancora ed erano pieni di stupore” (v. 41): la reazione degli Undici all’apparire improvviso del Risorto nella camera in cui si trovano è alquanto paradossale. Si indovina lo sconvolgimento emozionale che provoca in loro l’incontro inedito con colui che, impotenti, avevano visto morire sulla croce tre giorni prima. Sono incapaci di integrare questo fenomeno assolutamente nuovo con il quale si trovano ora confrontati, e che li rende “increduli dalla gioia”.

In questi giorni che prolungano la festa di Pasqua, meditiamo i testi evangelici che fanno il racconto della resurrezione, o meglio degli effetti sui discepoli dell’apparire del Cristo risorto. Il brano odierno insiste sul realismo corporale dell’evento: il Signore vuole non solo dimostrarlo esibendo le sue membra trafitte che i discepoli sono invitati a toccare, ma anche provarlo mangiando davanti a loro una porzione del loro cibo. I discepoli devono prendere la misura della vita radicalmente altra del Risorto, una vita davvero reale, alla quale sono chiamati a prendere parte, e che non va dunque confusa con l’apparizione spaventosa di un fantasma.

Alla sera di quel primo giorno della settimana, i discepoli di Gesù fanno – a loro insaputa e come loro malgrado – la conoscenza di una novità assoluta, assistono a un “novum” che sconvolgerà la comprensione del senso della loro vita e di ogni esistenza umana. Ne fanno esperienza in una storia semplicissima: sì, da questa scena senza grandezza, avvenuta duemila anni fa di fronte ad alcuni uomini senza rilevanza, sgorga un movimento paragonabile a nessun altro, una rivoluzione accanto alla quale ogni rivoluzione sembra limitata, uno slancio che ha penetrato la storia umana più profondamente di ogni altro.

Ora, i discepoli fanno fatica ad accostarvisi e credono sia un’illusione. E come potrebbe essere diversamente? In risposta al loro dubbio, Gesù offre loro alcune spiegazioni. Rievocando le parole che aveva dette “quando era ancora con loro” (cf. v. 44), ripercorre per loro la storia biblica alla quale affidano le loro certezze: “Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno” (v. 46). Questa memoria delle sue parole, che ripone su una testimonianza anteriore, da interpretare, non è tuttavia chiusa nel passato, ma apre a un futuro: ne sono a loro volta testimoni, chiamati – come sta scritto, afferma il Risorto – a predicarla “a tutti i popoli” (v. 47).

Tornando dal regno della morte alla vita, e raggiungendo i discepoli, Cristo non usa la potenza o il trionfalismo per convincerli e tramandare nel mondo intero la notizia inaudita della vita più forte della morte; propone loro invece uno studio biblico… Li rende depositari di un messaggio povero e debole, di cui le semplici parole fondate sulle Scritture costituiscono l’unica arma per renderne conto. Devono affidarsi a queste parole fragili e sempre a rischio di smentita per spiegare l’evento così straordinario al quale assistono. Solo da tale povertà di mezzi – misteriosamente fecondata dalla “potenza dall’alto che il Padre mio ha promesso” (v. 49) – potrà nascere in loro la fede, portatrice di una gioia indicibile destinata a ogni persona umana.

Fratel Matthias


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