La fiducia di una presenza

Atelier iconografico di Bose.
Atelier iconografico di Bose.

18 aprile 2017

Mt  28,16-20

16 In quel tempo gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. 17 Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. 18 Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. 19 Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, 20 insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».


Matteo ci introduce con il suo racconto al “vero senso” delle apparizioni del Signore dopo la sua morte e resurrezione attraverso una sintesi insuperabile collocata come brano conclusivo del suo vangelo. L’esperienza vissuta, registrata e trasmessa dall’evangelista Matteo è presentata nella forma narrativa più succinta tra tutte quelle presenti nei vangeli. “Sono pochi versetti, ma sono tra i più grandi del vangelo”, come ha scritto Divo Barsotti.

Il quadro è di grande solennità, e tre sono i temi che sottolinea: la potestà universale del Figlio dell’uomo, l’universalità della missione, la presenza del Signore risorto nella sua comunità missionaria. La narrazione sembra ricalcare la struttura dei grandi racconti di vocazione di Mosè (cf. Es 3,6-12) e la vocazione di Geremia (cf. Ger 1,5-8). Per lo meno ne riprende i motivi: l’iniziativa di Dio, l’incarico, l’assicurazione della sua presenza che, sola, può strappare l’uomo alla sua debolezza e farne un coraggioso missionario. La fede nella resurrezione è una nuova chiamata per i discepoli, una chiamata ad uscire, ad andare. Quella stessa presenza che aveva chiamato i discepoli in Galilea ad abbandonare le reti, a lasciare il mestiere di pescatori di pesci per divenire “pescatori di uomini”, quella stessa voce ora li chiama, sotto altra forma, a ritornare in Galilea, ma non per restarvi. La chiesa, la comunità rinata dalla fede nel Risorto e inviata in missione è il vero centro di questo quadro conclusivo del Vangelo di Matteo.

Dalla resurrezione scaturisce la missione, e questa è universale. Gesù risorto è il Signore del mondo, della storia e di ogni uomo. È questa la radice da cui scaturisce l’universalità della missione: Gesù è il Signore di tutti e di tutto, perciò la sua signoria – nell’ordine del servizio e dell’amore, non del dominio – deve essere annunciata a tutti e dappertutto. Il breve discorso di Gesù (vv. 18-20) è interamente percorso dall’idea di pienezza e di universalità.

E dal dubbio – “Essi dubitavano” (v. 17) – scaturisce la fiducia, la fiducia di una presenza: “Io sono con voi” (v. 20), sempre. Gesù mantiene la promessa che il suo nome includeva fin dalla sua nascita: “Emmanuele, Dio con noi”. La resurrezione è per Matteo dimostrazione non soltanto che Dio era con Gesù che ha vinto la morte, ma anche che in Gesù la stabile presenza di Dio è con tutti quelli che sono battezzati e che osservano tutto ciò che Gesù ha comandato. In Isaia 41,10 Dio promise al suo popolo Israele: “Non temere, perché io sono con te”. Qui la promessa è ripetuta a un popolo allargato, includendo le genti che pervengono alla conoscenza di Dio attraverso Gesù Cristo. Gesù non promette sue apparizioni ulteriori, bensì promette la sua presenza in noi e con noi “fino alla fine del tempo”, fino a quel momento che Paolo, nella sua Prima lettera ai Tessalonicesi, descrive proprio in termini di comunione con il Signore che la sua venuta nella gloria sigillerà: “Alla venuta del Signore”, dice Paolo, “andremo incontro a lui e così saremo per sempre con il Signore”. Accogliamo l’esortazione che l’Apostolo ci offre: “Confortatevi a vicenda con queste parole” (cf. 1Ts 4,15.17-18).

Fratel Matteo


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