Giorno di attesa e di silenzio

Atelier iconografico di Bose.
Atelier iconografico di Bose.

15 aprile 2017

Mt  27,62-66

62 Il giorno dopo la Parasceve, si riunirono presso Pilato i capi dei sacerdoti e i farisei, 63 dicendo: «Signore, ci siamo ricordati che quell'impostore, mentre era vivo, disse: «Dopo tre giorni risorgerò». 64 Ordina dunque che la tomba venga vigilata fino al terzo giorno, perché non arrivino i suoi discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: «È risorto dai morti». Così quest'ultima impostura sarebbe peggiore della prima!». 6 5Pilato disse loro: «Avete le guardie: andate e assicurate la sorveglianza come meglio credete». 66 Essi andarono e, per rendere sicura la tomba, sigillarono la pietra e vi lasciarono le guardie.


Strano vangelo questo del sabato santo, giorno di attesa e di silenzio. Tutto è avvenuto e tutto deve ancora avvenire. Tutti attendono: Gesù, i discepoli, i capi del popolo, ognuno a suo modo.

Gesù è ormai uscito di scena e il suo corpo riposa inerte nella tomba. La sua parola libera, che ha assicurato che il Padre “agisce sempre” (Gv 5,17), anche in giorno di sabato, quel giorno che “è stato fatto per l’uomo” (Mc 2,27), quella parola tace, è stata messa a tacere da chi aveva interesse a non sentirla, soprattutto quando ha denunciato che la casa di Dio, da “casa di preghiera” è diventata “covo di briganti” (Mt 21,13), un sistema corrotto che sta andando in rovina da sé, prima ancora che la distruzione venga da fuori.

I discepoli da parte loro sono fuggiti come pecore di fronte al lupo, come Gesù ha detto citando il profeta: “Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge” (Zc 13,7 in Mt 26,30). Lo scandalo di un messia crocifisso è intollerabile anche per chi ne ha condiviso le gioie e i dolori per anni ed è stato istruito per filo e per segno su qual è la missione del Figlio dell’uomo, “venuto non per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti” (Mc 10,44). Fino all’ultimo hanno sperato a un ribaltamento delle sorti. Di fatto, credevano più alla sua forza che alla sua debolezza. Ma adesso il sogno è finito.

I capi dei sacerdoti sono gli unici che prendono la situazione in mano. Con pudore l’evangelista chiama il sabato “il giorno dopo la parasceve” (cioè preparazione del sabato), ma questo finisce per sottolineare ancor di più che proprio questi uomini religiosi, che tanto hanno polemizzato con Gesù sull’osservanza del sabato, non riescono a starsene fermi proprio in questo giorno, in cui il credente proclama la pienezza dell’azione creatrice di Dio, che porta a compimento ciò che l’uomo può solo iniziare. Sulle labbra di Gesù hanno sentito le parole enigmatiche sul “segno di Giona”: “Come Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra” (Mt 12,38-39). Anche se non ne capiscono il senso, intuiscono che qualcosa può sfuggir loro di mano. Meglio prendere delle misure, prima che sia tardi.

Il racconto, dietro la sottile ironia con cui riporta le parole impacciate dei capi di fronte a Pilato, ponendo addirittura sulle loro labbra un improbabile annuncio pasquale anticipato (“È risorto dai morti!”), è chiaramente apologetico e non è da intendere come cronaca precisa di ciò che è avvenuto. Ma la preoccupazione di “assicurare” il sepolcro di Gesù la dice lunga sulla tendenza degli uomini religiosi di ogni tempo di chiudere Dio e il suo mistero entro limiti infrangibili, di prevenire ogni suo spiacevole “sconfinamento” nella vita, che li obbligherebbe forse a rimettere in discussione molto del loro sistema. Rimane un monito per ciascuno di noi, se ci ergiamo a “custodi” di Dio, come di un corpo morto, invece di attenderlo sempre come il Vivente. Il Signore non ha bisogno della nostra “custodia”: è lui il nostro Custode (cf. Sal 121,5). La tentazione di invertire le parti è grande, ma va riconosciuta come tale.

Fratel Luigi


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