"È compiuto!"

Atelier iconografico di Bose.
Atelier iconografico di Bose.

14 aprile 2017

Gv 18,1-19,37


Al cuore del venerdì santo la chiesa ci fa meditare il racconto della passione di Gesù secondo Giovanni: pagina inesauribile, abisso umano e cristiano, che in questo breve spazio non ci è concesso di meditare con la profondità che meriterebbe. Rimando per questo alla “lettura globale” di questo glorioso testo fornita da Enzo Bianchi su questo stesso sito.

Per parte mia, vorrei riflettere solo sull’ultima parola di Gesù in croce e su ciò che segue: “Dopo aver preso l’aceto, disse: ‘È compiuto!’ (tetélestai)” (Gv 19,30). Cosa significa: “È compiuto!”, che possiamo anche rendere: “Tutto è compiuto!”? Cosa Gesù ha compiuto?

Giovanni presenta la passione di Gesù come la vittoria della sua libertà e del suo amore sulla violenza e la cattiveria che vorrebbero imprigionarlo. Basti ricordare come si apre il racconto dell’atto vissuto in piena coscienza e libertà, con cui Gesù inaugura gli eventi che lo porteranno alla passione (non a caso l’incipit del testo evangelico proclamato nella liturgia eucaristica del giovedì santo): “Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine” (eis télos: Gv 13,1).

Gesù sa, consapevolezza che nasce dalla sua libertà intelligente, esercitata in obbedienza a Dio;

Gesù ama, continuando ancora e ancora a fare il bene degli altri, capiscano o no;

Gesù compie, cioè continua fino alla fine in ciò che la sua coscienza illuminata dalla Parola e dallo Spirito gli indica.

Questo è lo stile di tutta la sua vita, che si fa più impellente, direi definitivo, proprio durante la passione, compimento della sua esistenza. Se non ci fosse chiaro, verrebbe a ricordarcelo l’arco teso tra le parole con cui si apre il racconto dell’ultima cena e quelle che precedono immediatamente la fine: “Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto (teleiothê), affinché si compisse la Scrittura, disse: ‘Ho sete’” (Gv 19,28).

Ecco la passione di Gesù: consapevolezza, amore, compimento (anche delle Scritture), a cui qui si aggiunge il desiderio, sete che non può essere placata da una bevanda, ma solo dall’abbraccio definitivo con il Padre, abbraccio esteso dall’alto della croce a tutta l’umanità.

Ed ecco dunque il compimento: compimento dell’amore fino alla fine, compimento di chi sa ciò che fa e desidera farlo, a ogni costo. Questa è la gloria di Gesù, secondo il quarto vangelo. Gloria che fa di lui un vivente proprio nell’ora in cui muore, a dire che la morte è già vinta da colui che vive in questo modo fino alla fine: “reclinato il capo, consegnò lo Spirito” (Gv 19,30). Giovanni non dice, come gli altri evangelisti, che Gesù “spirò”. No, qui Gesù fa anche della morte un atto di cui è soggetto, l’atto di un dono: dopo aver donato se stesso per tutta la vita, poteva concluderla altrimenti? E il dono che egli fa è compiuto, definitivo, è già Pentecoste: lo Spirito santo promesso nei “discorsi d’addio” (cf. Gv 14,31-16,33), Spirito che instaura per sempre la comunione tra Gesù e i credenti in lui.

Nessuno di noi potrà mai dire, in verità: “Tutto è compiuto!”, perché per questo ci vorrebbe una vita eterna, senza fine. Da soli non possiamo, ma se facciamo spazio allo Spirito del Risorto (cf. Gv 20,22), potenza di vita e di resurrezione, sentiremo Gesù che lo dice in noi e per noi. E lo sentiremo, lo sperimenteremo grazie a una consapevolezza semplicissima, visibile nelle nostre relazioni: la capacità di amare un po’ di più, un po’ meglio. Questo è provare a compiere qualcosa qui e ora insieme a Gesù, cioè per gli altri e con gli altri. In attesa della vita eterna con lui, tutti insieme, nel Regno.

Fratel Ludwig


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