L’amore di Dio è fedele, insistente, ostinato

Atelier iconografico di Bose.
Atelier iconografico di Bose.

12 aprile 2017

Mt  21,33-45

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «33 Ascoltate un'altra parabola: c'era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. 34 Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. 35 Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. 36 Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. 37 Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: «Avranno rispetto per mio figlio!». 38 Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: «Costui è l'erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!». 39 Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. 40 Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». 41 Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».
42 E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:

La pietra che i costruttori hanno scartato
è diventata la pietra d'angolo;
questo è stato fatto dal Signore
ed è una meraviglia ai nostri occhi?

43 Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti. 44 Chi cadrà sopra questa pietra si sfracellerà; e colui sul quale essa cadrà, verrà stritolato».
45 Udite queste parabole, i capi dei sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro.


Secondo fonti antiche sulla porta d’ingresso del tempio vi era una preziosa decorazione in oro di una vigna. È forse da questa decorazione che Gesù prende lo spunto per raccontare la parabola di una vigna affidata a dei contadini che reagiscono con violenza all’invio dei servi mandati dal padrone a ritirare i frutti. Sullo sfondo della parabola vi è il testo di Isaia 5,1-7, in cui l’amico dello sposo (il profeta) innalza a nome dello sposo (Dio) un accorato lamento per il tradimento del suo amore.. La speranza di Dio può essere delusa, l’amore può essere rifiutato, non capito. “Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto?” (Is 5,4).

La parabola narrata da Gesù ha quale sfondo questo testo del profeta. Anche Gesù parla di una vigna fiduciosamente consegnata alle mani di contadini. Al momento del raccolto essi dovrebbero rendere conto dei suoi frutti, ma si ritengono padroni della vigna; si rifiutano di consegnare il raccolto e maltrattano i servi che, a più riprese, sono stati inviati dal padrone. Il crescendo di ostilità contrasta con l’infinita pazienza del padrone. Quei servi rappresentano i profeti; lo potevano capire gli ascoltatori di Gesù che conoscevano le parole rivolte dal Signore a Geremia: “Da quando i vostri padri sono usciti dall’Egitto fino ad oggi, io vi ho inviato con assidua premura tutti i miei servi, i profeti; ma non mi hanno ascoltato né prestato orecchio, anzi hanno reso dura la loro cervice, divenendo peggiori dei loro padri” (Ger 7,25-26). È una lunga storia di rifiuto, il padrone tuttavia non si arrende; manda il proprio figlio sperando che almeno lui sia accolto e rispettato. Ma questo figlio è cacciato fuori dalla vigna e ucciso. La sentenza su quei contadini malvagi è pronunciata dagli stessi ascoltatori della parabola.

Eppure la storia dell’amore fedele di Dio non si conclude con una condanna. Gesù che parlando di quel figlio cacciato fuori dalla vigna e ucciso ha annunciato la propria passione e morte (Eb 13,12: “Anche Gesù … subì la passione fuori della porta della città”), ora annuncia la resurrezione. La pietra scartata diventa pietra d’angolo. “Questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi!” (Sal 118,22-23). È un inno di giubilo, che preannuncia il gioioso annuncio pasquale. L’amore del Padre non si è fermato neppure dinanzi alla morte del Figlio. “Forte come la morte è l’amore” dice il Cantico dei cantici (8,6); dopo la morte e la resurrezione di Gesù possiamo cantare “più forte della morte è l’amore”. Più forte di ogni nostro peccato.

Anche le parole che dicono i contadini al vedere il figlio contengono una verità e diventano in qualche modo profetiche: “Questi è l’erede. Uccidiamolo e avremo noi la sua eredità”. Gesù, il Figlio, è “l’erede di tutte le cose” (Eb 1,2) e grazie a lui riceviamo l’eredità (cf. Eb 9,15), grazie al dono dello Spirito diventiamo eredi di Dio e coeredi di Cristo (cf. Rm 8,14-17). L’amore di Dio è fedele, insistente, ostinato, un amore che non si arrende dinanzi ai molteplici rifiuti, non lascia che ci perdiamo lontano da lui. Potremmo concludere con Ireneo di Lione: “Adamo non è mai sfuggito dalle mani di Dio” (Contro le eresie V,1,3).

sorella Lisa


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