Un gesto nell’orizzonte di Dio

Atelier iconografico di Bose.
Atelier iconografico di Bose.

10 aprile 2017

Mt  21,12-17

In quel tempo 12 Gesù entrò nel tempio e scacciò tutti quelli che nel tempio vendevano e compravano; rovesciò i tavoli dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombe 13 e disse loro: “Sta scritto:

La mia casa sarà chiamata casa di preghiera.
Voi invece ne fate un covo di ladri”.

14Gli si avvicinarono nel tempio ciechi e storpi, ed egli li guarì. 15Ma i capi dei sacerdoti e gli scribi, vedendo le meraviglie che aveva fatto e i fanciulli che acclamavano nel tempio: “Osanna al figlio di Davide!”, si sdegnarono, 16e gli dissero: “Non senti quello che dicono costoro?”. Gesù rispose loro: “Sì! Non avete mai letto:

Dalla bocca di bambini e di lattanti
hai tratto per te una lode?”.

17Li lasciò, uscì fuori dalla città, verso Betània, e là trascorse la notte.


“Questi è il profeta Gesù, da Nazaret di Galilea”, aveva proclamato la folla poco prima, e Gesù da profeta si stava comportando, compiendo una serie di gesti profetici: l’ingresso in Gerusalemme ne è un esempio, così come quello raccontato nel vangelo di oggi. Gesto che non è dettato né da stizza, né da un intento superficiale di moralizzazione. Gesù non era un violento e la collera che traspare in questo atto va letta nel contesto della collera dei profeti dell’Antico Testamento: dà voce alla collera del Padre. Gesù mostra con il suo gesto accompagnato da parole quello che un semplice discorso non avrebbe mai potuto comunicare in modo altrettanto eloquente.

Ma cosa sono i gesti profetici? Sono atti carichi di significato perché rimandano a un orizzonte “altro”, orizzonte che un semplice discorso non sarebbe sufficiente a evocare. L’azione simbolica è una parabola vivente. Gesù e i profeti non si sono limitati a raccontare parabole, hanno anche agito in modo parabolico, hanno scelto di esprimere il loro messaggio per mezzo di gesti. Questo perché la parola non è tutto. Il gesto incarna la parola, le fa prendere corpo. Il gesto è un indicatore potente dell’essere.

Dunque il gesto di Gesù nel tempio indica chi lui è, la sua identità, e lui con quel gesto mostra di essere il Messia atteso dalle genti: rovescia i banchi dei venditori con autorevolezza e cita la Scrittura denunciando l’uso fuorviante che veniva fatto del tempio: “La mia casa sarà chiamata casa di preghiera.Voi invece ne fate un covo di ladri”. Gesù denuncia l’abuso di chi fa del luogo di preghiera un luogo di mercato. Anche il tempio, anche il luogo della presenza di Dio, può essere stravolto e finalizzato all’interesse economico: divenire un luogo di briganti, da mezzo diventare fine. L’idolatria è proprio questo: il divenire fine di quello che era semplicemente un mezzo.

C’è di più: con Gesù finisce l’economia del tempio. A quella del tempio visibile, istituzionale, figura del mondo religioso, Gesù sostituisce un’altra economia, quella del culto in spirito e verità: Dio ormai lo si deve adorare in spirito e verità, aveva detto alla Samaritana.

Ma poi soprattutto, qui in Matteo, Gesù si presenta come Messia con un gesto, che è quello messianico per eccellenza: la guarigione di ciechi e storpi. Costoro non avrebbero avuto il diritto di entrare nel tempio. Gesù li accoglie e li reintegra nel popolo. Il tempio, certo, ma poi dal tempio occorre andare a quello spazio veramente santo che è l’uomo, la persona, il corpo. Questo ha fatto Gesù, “sommo sacerdote misericordioso e fedele”, secondo la Lettera agli Ebrei, dove si associa in modo inusuale alla figura del sommo sacerdote l’aggettivo “misericordioso”.

Gesù cerca sempre attraverso il segno di risalire al vero volto di Dio, di manifestarne la volontà al di là della formulazione scritta, della precettistica, del comando. Sempre di fronte a ciò che è religioso Gesù cerca di far prevalere il criterio della vita e dell’umanità piena, i bisogni dell’uomo, soprattutto quelli del povero. Al centro, nel nuovo corso inaugurato da Gesù, non vi è tanto il rito, ma la relazione.

sorella Laura


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