Beata inquietudine

Atelier iconografico di Bose.
Atelier iconografico di Bose.

18 marzo 2017

Mt  7,21-29

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «21 Non chiunque mi dice: «Signore, Signore», entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. 22 In quel giorno molti mi diranno: «Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?». 23 Ma allora io dichiarerò loro: «Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l'iniquità!». 24 Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. 25 Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. 26 Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. 27 Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande».
28 Quando Gesù ebbe terminato questi discorsi, le folle erano stupite del suo insegnamento: 29 egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come i loro scribi.»


“Entrate per la porta stretta … perché è angusta la via che conduce alla vita e pochi sono quelli che la trovano” (Mt 7,13).

“Non chiunque mi dice: ‘Signore, Signore’ entrerà nel regno dei cieli”.

Beata inquietudine e insicurezza che, in quanto discepoli, ci tiene svegli.

L’invocazione “Signore, Signore”, anche se emessa con tutto il cuore, non è una password né un’assicurazione confortevole per l’accesso al Dio del cielo e della terra, come vorremmo noi.

L’invocazione del nome di Dio non può coprire l’ipocrisia (anche incosciente), né l’irresponsabilità del discepolo, ci fa capire Gesù, perché dei discepoli si tratta. È un insegnamento rivolto a quelli che hanno già deciso di seguire Gesù, di stare con lui, di vivere quello che vive, di pregare come prega lui, di agire come lui agisce: “Non abbiamo forse profetato nel tuo nome? ...  e nel tuo nome non abbiamo forse compiuti molti prodigi?”.

La porta è stretta perché il Signore ci chiede di farci più piccoli, di purificare le nostre pretese, attese, gemiti, desideri e azioni secondo la volontà di Dio.

Gesù non respinge la preghiera dei discepoli quando viene dal profondo del cuore : “Signore, Signore”, ma la ri-orienta: deve sgorgare dal cuore con uno solo scopo cioè, fare la volontà del Padre. L’adempimento della nostra vita nell’amore, perché di questo si tratta in fondo, (il regno dei cieli non è dentro di noi?), non può aver luogo senza la morte dell’io egocentrico che impedisce al seme del Regno di crescere nella nostra terra. Rimando alla Lettera di Giacomo 4,1-10, che ne è un’esemplificazione.

La volontà del Padre si fa, si mette in pratica, l’amore verso il prossimo deve divenire azione umana verso di lui: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare” (Mt 25,35).

Allora perché quelli che hanno fatto: “Abbiamo profetato, abbiamo scacciato, abbiamo compiuto” (v. 22), si sentono rispondere: “Non vi ho mai conosciuti, voi che operate l’iniquità”?

È molto inquietante e questa inquietudine è salutare. Ci permette di prendere distanza dalle nostre opere buone, compiute in buona fede, “(Non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, Mt 6,3). Non possiamo mai e poi mai riporre la nostra fiducia in noi stessi, possiamo soltanto deporre la nostra vita nelle mani misericordiose di Dio.

L’amore verso il prossimo, che è la volontà del Padre, non dipende da un volontarismo per adempiere un comandamento divino, che nutre in fondo un nostro compiacimento religioso, il nostro io egocentrico.

L’amore verso il prossimo dipende, invece, dalla capacità di riconoscimento dell’opera di Dio in noi tramite la fiducia che riponiamo in Gesù, e di riconoscenza, cioè di gratitudine, che producono da soli un’empatia, una passione-con (compassione), una solidarietà con il nostro prossimo. Conoscenza, riconoscimento e riconoscenza sono gli atteggiamenti interiori dei discepoli che Gesù riconosce e che scacciano via il demonio dell’ipocrisia religiosa, l’iniquità, nutrito da una non viglilanza su noi stessi in quanto discepoli.

Sorella Sylvie


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