Un invito e un incoraggiamento

Atelier iconografico di Bose
Atelier iconografico di Bose

7 marzo 2017

Mt  5,1-12

In quel tempo Gesù 1 Vedendo le folle, salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. 2Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:

3 «Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
4 Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
5 Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
6 Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
7 Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
8 Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
9 Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
10 Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
11 Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. 12Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi.


“Gesù insegnava dicendo: Beati i poveri in spirito …”. Le beatitudini sono un insegnamento in bocca a Gesù. L’insegnamento è trasmissione di vita e nasce da un’esperienza. Gesù comunica ai discepoli ciò che ha vissuto, dove vissuto significa non semplicemente accaduto, ma elaborato interiormente, pensato e posto davanti a Dio. Il vissuto non è veramente tale se non è rivissuto nel cuore, nella mente, nell’animo. Non basta piangere o essere perseguitati per essere beati. Per dire che sono “beati” i poveri o i miti o i perseguitati e per aggiungere la motivazione, “perché”, occorre avere vissuto non solo esteriormente, ma anche interiormente. L’uomo non vive di fatti ma di storia, non vive di cronaca ma di narrazione. Dire “beati” e aggiungere “perché” implica un lavoro spirituale che ha forgiato una competenza, un sapere e una sapienza. Ha forgiato un uomo libero, che sa fare qualcosa di positivo anche di situazioni di pianto e di dolore.

Insegnare è indicare una via da seguire. Le beatitudini sono un invito e un incoraggiamento: voi poveri, voi misericordiosi, voi afflitti, voi perseguitati, voi miti, non scoraggiatevi, ma proseguite il cammino, andate avanti, tenete fisso lo sguardo alla meta, lasciatevi attirare da ciò che vi sta davanti e non fatevi frenare da ciò che sta dietro, camminate continuando a seguire l’Agnello, Cristo, camminate nella speranza, cioè entrando nella tensione dinamica fra ciò che oggi siete e ciò che domani sarete, camminate facendo fiducia a queste parole di Gesù che aprono un orizzonte di vita. Questo cammino di felicità è il cammino verso l’essenziale, verso la semplicità. Fr. Roger di Taizé ha ben espresso il carattere proprio delle beatitudini come cammino: “Ciò che rende felice un’esistenza è avanzare verso la semplicità: la semplicità del nostro cuore e quella della nostra vita. Perché una vita sia bella, non è indispensabile avere capacità straordinarie o grandi possibilità: l’umile dono della propria persona rende felici”.

Insegnare è anche promettere. È mettere avanti un futuro, è offrire le condizioni ora per ciò che potrà essere vero domani. Come promessa di felicità, le beatitudini sono invito alla bellezza, a lavorare la propria vita fino a farne un capolavoro. Ma ancor più che di felicità, l’uomo ha bisogno di senso, e le beatitudini, come promessa, attestano che si può trovare senso anche nell’assurdo del dolore, che il mondo può essere vissuto anche nell’invivibile della persecuzione, della violenza subita, e che anche il nemico può essere amato. Rivelazioni del vissuto di Gesù, le beatitudini diventano rivelazioni della vita possibile a noi se troviamo radici nell’umanità di Gesù. Insegnamento in bocca a Gesù, esse ci dicono che vi è un insegnamento anche nella realtà. Ci insegnano a imparare dalla realtà stessa, anche dalle realtà dolorose e amare, come spesso ha fatto Gesù stesso, l’uomo delle parabole. E come i poeti capiscono meglio di teologi ed esegeti. Scrive una grande poetessa:


L’acqua è insegnata dalla sete.
La terra, dagli oceani traversati.
La gioia, dal dolore.
La pace, dai racconti di battaglia.
L’amore, da un’impronta di memoria.
Gli uccelli, dalla neve.

fratel Luciano


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