Anche il lamento ha un senso

Hocine, Algeria, 23 settembre 1997
Hocine, Algeria, 23 settembre 1997

Quaresima, tempo di penitenza, di pianto per i propri peccati e di ritorno al Signore, attraverso l’amore fraterno. Scegliamo di accompagnare questo cammino con il commento ai sette salmi penitenziali, uno per ogni venerdì di Quaresima: giorno particolarmente simbolico, nel quale, anche grazie alla pratica intelligente del digiuno a cui la chiesa ci invita, possiamo conoscere meglio il nostro cuore e disporci ad accogliere la chiamata del Signore a fare ritorno a lui.

Questi sette salmi non sono una raccolta messa in evidenza dal Salterio con qualche titolo specifico, non appartengono neanche a un determinato genere letterario. È la sapienza della grande tradizione cristiana ad averli costituiti in un settenario glorioso, da leggere, meditare e pregare per accompagnare il proprio pentimento. Tracce di tale raggruppamento sono già presenti in Origene (185-254) e in Agostino (354-430; il suo biografo scrive che egli amava e meditava con particolare intensità una collezione di “pochissimi salmi di penitenza”); ma il primo a collegare esplicitamente tra loro questi sette salmi è Cassiodoro (485-580): “Nel libro del Salterio, secondo l’uso recepito dalle chiese, i penitenti vengono ammaestrati da sette particolari insegnamenti, utilissimi a chi vuole chiedere perdono al Signore … Questi salmi sono gli strumenti più efficaci per la purificazione del nostro cuore, per rinascere dalla morte dei peccati e passare dal pianto alla gioia nel Signore”.

Intraprendiamo dunque questo itinerario dal pianto alla gioia, percorrendo le sette tappe indicate dalla sapienza di questi salmi.


Salmo  6

PRIMA TAPPA: IL PIANTO

1 Per il maestro del coro. Su strumenti a corda. Sull’ottava.
Salmo. Di David.

2 Signore, rimproverami senza adirarti
correggimi senza furore
3 pietà di me, Signore, sono sfinito
guariscimi, Signore, tremano le mie ossa,
4 tutto il mio essere è turbato
ma tu, Signore, fino a quando?

5 Ritorna, Signore, liberami
salvami a causa del tuo amore
6 poiché non c’è ricordo di te nella morte
negli inferi chi ti rende grazie?

7 Sono stremato dal mio lungo lamento
ogni notte io piango sul mio letto
di lacrime bagno il mio giaciglio,
8 i miei occhi si consumano dal soffrire
fuori dalle orbite per tanti oppressori.

9 Via da me, voi che fate il male
il Signore sente i miei singhiozzi
10 il Signore ascolta la mia supplica
il Signore accoglie la mia preghiera,
11 sono confusi e sconvolti i miei nemici
confusi indietreggiano all’istante. 

 

Il salmo  6 è la preghiera di un uomo malato, impossibilitato al riposo notturno: nella sua sofferenza supplica con toni accorati il Signore di guarirlo (vv. 2-4), descrive accuratamente il proprio stato di prostrazione (vv. 5-8) e infine confessa la propria fiducia nel Signore, che – ne è convinto – accoglierà il suo grido e svergognerà i suoi nemici (vv. 9-11). Sempre la preghiera è espressione di tutto il nostro corpo: qui le ossa del salmista tremano sconvolte, il suo respiro è affannoso. Soprattutto, i suoi occhi si consumano nella sofferenza, versando lacrime abbondanti: preghiera non verbale, linguaggio più eloquente di tanti discorsi, “battesimo delle lacrime”

Ma anche in questa prostrazione (“sono sfinito!”) il credente ha la forza di rivolgersi con insistenza al Signore, nominato per ben otto volte e supplicato con sette verbi all’imperativo. Grande è la sua franchezza, pari alla consapevolezza di non avere alcun merito da vantare. Egli sa di poter contare solo sull’amore del Signore, sulla sua fedeltà, più forte di ogni sofferenza e più grande di ogni peccato. È come se dicesse: “Salvami a causa del tuo amore, non per la mia giustizia, perché io so di essere colpevole”. Qui si tocca un punto delicato: la relazione tra peccato e malattia, o meglio tra la malattia e il nesso stabilito dal malato tra questa condizione e il castigo di Dio per i suoi peccati (cf. Sal 37; 40;5; 102,3). Come affrontare tale relazione “scandalosa”, specie per gli uomini e le donne del nostro tempo? “Quando queste preghiere sono capite nel contesto dell’intera Scrittura, la confessione di peccato può riferirsi alla condizione peccaminosa di ogni essere umano. La malattia non è associata ad alcun peccato specifico, ma è la condizione che porta alla luce la nostra peccaminosità e il nostro bisogno di grazia” (J. L. Mays). Insomma, legando la malattia al peccato, l’uomo biblico tenta di rendere comprensibile ciò che altrimenti potrebbe apparire un puro non senso. Ma nessun perverso corto circuito tra malattia e peccato, come Gesù ha chiarito una volta per tutte (cf. Gv 9,1-3)!

Si diceva della franchezza di quest’uomo. Egli apre la sua supplica chiedendo al Signore di rimproverarlo sì, ma senza scatenare la sua ira, come un padre che corregge un figlio: “il Signore corregge colui che egli ama” (Pr 3,12; Eb 12,6). Poi l’orante rivolge al “tu” confessato nella fede una domanda frequente nei salmi: “Signore, fino a quando?”, interrogativo lasciato in sospeso che contiene un rimprovero fatto con confidenza e, nel contempo, una richiesta sottintesa: fino a quando non libererai tutto il mio essere, non lo guarirai? Al centro del salmo, dopo aver chiesto al Signore di ritornare, cioè di “convertirsi”, giunge fino a “ricattarlo”: “Non c’è ricordo di te nella morte, negli inferi chi ti rende grazie?”. Sarebbe dunque il Signore a perdere un credente che lo loda e lo confessa, se lo lascia morire (cf. Sal 29,10-11; 87,11-13; 113,17-18)!

Nell’ultima parte fanno capolino i nemici del malato, genericamente definiti “voi che fate il male”. Forse quest’uomo è reso più sensibile dal suo stato a un’ostilità passata, ora ingigantita dal suo cuore sconvolto e dai suoi occhi velati di lacrime; o forse è la sua prostrazione che lo induce a considerare come avversari anche gli amici più cari, incapaci di confortarlo. In ogni caso, ciò che per l’orante conta davvero è che il Signore ascolta il suo pianto: la sua preghiera sarà dunque accolta, e così i suoi nemici saranno sconvolti, ritorneranno indietro (stessi verbi utilizzati in precedenza rispettivamente per il salmista e per il Signore) e conosceranno la vergogna. Il salmo si chiude dunque su una nota di speranza e di fiducia: anche il lamento ha un senso, se rivolto al Signore, colui che sempre ascolta la preghiera del misero.

Nei vangeli per due volte risuonano sulle labbra di Gesù espressioni tratte dal salmo  6. Nell’imminenza della sua passione egli esclama: “Adesso ‘l’anima mia è turbata’; che cosa dirò? Padre, ‘salvami’ da quest’ora? Ma proprio per questo sono venuto: per quest’ora! Padre, glorifica il tuo Nome” (Gv 12,27-28). Gesù porta a compimento la fede del salmista: spera di poter annunciare la fedeltà di Dio anche nella tomba, crede fermamente che il suo amore vada oltre la morte. Per questo si dispone a ricevere da lui la gloria riservata a chi “ama fino alla fine” (cf. Gv 13,1), anche al prezzo di una morte ignominiosa. Di altro tenore sono le sue parole di giudizio rivolte a quanti lo invocano quale Signore senza però mettere in pratica ciò che egli chiede: “Io dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti. ‘Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!’” (Mt 7,23). Pregando questo salmo, non possiamo non ricordare tale monito di Gesù, più sottile di quanto si pensi. Egli infatti non ci invita solo a metterci nei panni di quanti fanno il male (e non solo del malato!); con la sua interpretazione del salmo ci fa pure comprendere che si può presumere di agire, di compiere prodigi nel suo Nome (cf. Mt 7,22) e invece ingannarsi miseramente: anche in questo può consistere l’agire in modo ingiusto, come ci verrà svelato nell’ultimo giorno…

Infine, nel nostro salmo si incontrano due cammini di conversione:

“Volgiti, Signore” (Sal  6,5). Da dove? Da Dio in uomo, da Signore in servo, da giudice in padre, affinché la tua conversione mostri il tuo amore (Pietro Crisologo, V secolo).

“Volgiti, Signore” (Sal  6,5), cioè aiutaci, affinché si compia in noi quella conversione che dona la comunione con te a chi ti ama (Agostino).

È proprio in questo reciproco venirsi incontro tra Dio e l’uomo, realizzatosi pienamente nella persona di Gesù Cristo, che trascorre tutta la nostra vita di uomini e donne credenti, e viene consolata e asciugata ogni nostra lacrima (cf. Is 25,8; Ap 7,17; 21,4): nessuna lacrima andrà perduta, perché il Signore le raccoglie tutte nel suo otre (cf. Sal 55,9).

 

O Dio, che esaudisci tutte le preghiere,
ascolta la voce del nostro pianto
e accorda alle nostre debolezze una guarigione definitiva.
Accogliendo con bontà il gemito della nostra fatica,
consolaci sempre con la tua misericordia.

(Orazione salmica di tradizione romana, inizio VI secolo)

Fratel Ludwig Monti