Prima domenica di avvento

3 dicembre 2017

O Dio, nostro Padre,
suscita in noi la volontà
di andare incontro con le buone opere
al tuo Cristo che viene,
perché egli ci chiami
accanto a sé nella gloria
a possedere il Regno dei cieli.
Per il nostro Signore.

   

Da, quaesumus, omnipotens Deus,
hanc tuis fidelibus voluntatem,
ut, Christo tuo venienti iustis operibus occurrentes,
eius dexterae sociati,
regnum mereantur possidere caeleste.
Per Dominum.

Perché meditare un’orazione colletta? Perché l’orazione colletta, dopo la preghiera eucaristica, è la preghiera più importante e più intensa, all’interno di una celebrazione eucaristica. La colletta dà il “la”, il tono a tutta la celebrazione. La colletta esprime in modo sintetico la preghiera della chiesa e insegna l’essenzialità della preghiera cristiana.
Se tutto il tempo di Avvento è racchiuso nel grido "Marana tha", le orazioni collette delle domeniche di Avvento sono l’interpretazione e l’esegesi che la chiesa, nei secoli, ha fatto di una dimensione fondamentale della fede cristiana: l’attesa della venuta del Signore.

Veniamo direttamente al testo della colletta di questa prima domenica di Avvento. Questo testo è tratto da un antico sacramentario, denominato Gelasiano, ed è un testo databile attorno al V-VI secolo. Questo si è da più di mille e cinquecento anni che la chiesa prega questa orazione.
Il contenuto è molto semplice è dice tutto il senso dell’Avvento: il Cristo viene e si tratta di andargli incontro. La venuta del Signore non la si aspetta passivamente, con indifferenza, inermi, ma occorre andare verso colui che viene. Per la liturgia, dunque, l’Avvento è un andare verso, un movimento, una dinamica, un cammino. Lo è a tal punto che tutte le collette delle domeniche di Avvento hanno come elemento portante un verbo di movimento. Quello di questa prima domenica chiede di andare, ma il verbo latino è occurrere, andare con passo veloce, che assomiglia più a una corsa che a una normale camminata. Una corsa che è motivata solo dalla meta, il Cristo; non si va vero l’ignoto ma incontro a Cristo. L’unica ragione della corsa è la meta.
Come non ricordare quel tale che, nel vangelo di Marco, “corse incontro a Gesù”, per chiedergli nientemeno che “la vita eterna”. O quei dieci lebbrosi che gli “corsero incontro” per essere guariti. O ancora la corsa di Pietro e Giovanni verso il sepolcro il mattino di Pasqua. Un’antica formula liturgica utilizzata in Avvento per concludere la celebrazione eucaristica diceva: Procedamus in pacem ad occurendum Domino, andiamo in pace, corriamo verso il Signore”.
Cosa chiediamo nella preghiera? In questa colletta ciò che si chiede a Dio è “la volontà di andare incontro”: la voluntas, questo è l’oggetto della nostra domanda principale che facciamo quasi “ex abrupto”. La volontà, ossia il volere, la determinazione, l’intento, il proposito fermo.
Questo dinamismo interiore, la volontà di correre, la invochiamo da Dio, è suo dono: “Da quaesumumus, omnipotens Deus”, da’, dona, concedi, accordaci. Questa volontà non ce la diamo noi, ma è dono di Dio.
Il testo italiano dice “andare incontro con le buone opere”, in realtà il testo latino della colletta parla di “iustis operibus”, di azioni di giustizia. L’immagine dell’andare incontro al Signore che viene riceve qui sostanza. Correre verso il Veniente significa fare, agire, operare.
L’immagine così suggestiva dello slancio e della corsa, diventa ora l’impegnativa e concreta serietà dell’operare e del fare opere di giustizia, azioni giuste. L’espressione iustis operibus è molto rara nei sacramentari e unica in tutto il Messale romano. L’autore avrebbe potuto scegliere altre più frequenti espressioni come dignis operibus, o bonis operibus, o ancora sanctis operibus. Invece no, ha scelto iustis operibus evidenziando che per noi cristiani attendere il ritorno del Signore significa camminare nella giustizia, essere uomini e donne di giustizia nei confronti di chi incontriamo, specie se deboli e poveri, significa cercare la giustizia all’interno della convivenza umana.
Il fare azioni di giustizia è correre verso il solo Giudice giusto che renderà a ciascuno secondo le sue opere. Non è difficile cogliere come dietro a questa orazione vi sia la grande parabola dell’evangelista Matteo sul giudizio finale, dove il Giusto giudice dice: “Venite benedetti dal Padre mio, ereditate il regno preparato per voi”. Così, ispirata da questa parabola, si conclude anche la nostra orazione “perché egli ci chiami accanto a sé nella gloria a possedere il Regno dei cieli”.
In un’omelia di Avvento, commentando questa orazione, San Bernardo osserva: “Non ti è necessario attraversare i mari, penetrare le nuvole o scalare le montagne; non è un cammino troppo lungo quello che ti è proposto: ti basta rientrare in te stesso per correre incontro al Signore” (Sermone I per l’Avvento, 10 EC 4,169 ).

Goffredo Boselli, monaco di Bose