Servire il fratello correggendolo

Non ferire il fratello con parole ambigue, perché non ti avvenga di riceverne in cambio di simili e di allontanare da entrambi la disposizione della carità; ma “và e rimproveralo” (Matteo 18,15) con amorevole franchezza affinché, dissipate le cause della tristezza, tu liberi entrambi dal turbamento e dalla tristezza.

Massimo il confessore, Sulla carità 4,32

 

La lode degli uomini è radice dell’ignobile concupiscenza, così come il rimprovero per il male è radice di saggezza, non quando lo ascoltiamo, ma quando lo accogliamo.

Marco l’asceta, La legge spirituale 95

Non tirare troppo la corda

Nel deserto c’era u tale che cacciava belve feroci; e vide padre Antonio che scherzava con i fratelli e se ne scandalizzò (perché non si addice ad un monaco anziano lo scherzo). Ma l’anziano, volendo fargli capire che occorre talvolta accondiscendere ai fratelli, gli dice:”Metti una freccia nel tuo arco e tendilo”. Egli lo fece. Gli dice: “Tendilo ancora” e lo fece. Gli dice un’altra volta: “Tendilo”. Il cacciatore gli dice: “Se lo tendo oltre misura, l’arco si spezza”. L’anziano gli dice: “Così accade anche nell’opera di Dio: se coi fratelli noi tendiamo l’arco oltre misura, presto si spezzano. Perciò talvolta bisogna essere accondiscendenti con i fratelli”. Ciò udendo, il cacciatore fu preso da compunzione e se ne andò molto edificato. E anche i fratelli rimasero confortati ai loro posti.

Antonio il Grande 13,Vita e detti dei padri del deserto, Città nuova, p. 84

Il servizio e la morte

Lettura di Marco 10,35-45

La parola di Gesù nel Vangelo appena letto è semplice e chiara. Essa pone domande a ciascuno di noi perché questa pagina ci dona un criterio che è fondamentale per verificare se il nostro cammino è nella sua sequela oppure no, e al tempo stesso è un criterio essenziale per la vita della comunità cristiana: è il criterio del servizio. Parafrasando le parole di Gesù possiamo dire che lo statuto che fonda la comunità dei discepoli del Signore –quindi anche le nostre comunità cristiane- è che ciascuno sia il servo di tutti gli altri. Nella comunità cristiana non vi è alcuna possibilità di crescere, non vi è alcuna possibilità di diventare grandi e primi se non nel servizio ai fratelli. E il servizio degli altri –ci dice il nostro testo del Vangelo e ce lo dice tutta la vita di Gesù- ha sempre a che fare con la morte. Quando Giacomo e Giovanni chiedono al Signore di sedere alla sua destra e alla sua sinistra nella sua gloria, gli chiedono cioè un posto di onore, tra i primi, Gesù risponde loro rimandandoli al calice che sta per bere, simbolo del suo sangue versato; quando ancora Giacomo e Giovanni desiderano emergere sugli altri, Gesù dice loro che, al contrario, in quanto suoi discepoli, non possono avere una sorte diversa da quella del loro maestro e invece di emergere devono immergersi (cioè essere battezzati) nel mistero del Figlio dell’Uomo che vede la gloria solo dopo aver servito i fratelli fino in fondo, fino alla morte. Così anche il nostro cammino di sequela si incontra con questa parola netta, che ci ferisce, perché ci dice che anche per noi il cammino comporta una morte e questa morte è il servizio dei fratelli. Non una morte interiore frutto dell’ascesi e del sacrificio, non un rinnegamento intimistico di sé, ma una morte che è il servizio ai fratelli ….. perché solo una morte per i fratelli può essere salvifica e segno di salvezza per molti se diventa la cifra dell’amore che si ha per loro.

Un monaco della chiesa di occidente

Giustizia e sottomissione evangelica

Quando nel battesimo al fiume Giordano Gesù dice a Giovanni il battista (che non voleva battezzarlo visto che lo aveva riconosciuto come più forte di lui) : “…lascia fare per ora perché conviene per ora che adempiamo ogni giustizia” (Matteo 3, 13-15) non sta ricevendo la giustizia da Giovanni battista ma sta portando a compimento ogni giustizia a favore di Giovanni e dell’umanità.
Facendosi battezzare e con il suo battesimo Gesù porta la giustizia in favore dell’umanità, la giustizia della sottomissione del più grande al più piccolo.
Cristo con questo gesto immette nell’uomo una potenzialità che prima non esisteva: la possibilità della sottomissione del giusto a una che è meno giusto.
Dopo che Cristo ha piegato la testa sotto la mano del battista non possiamo più chiedere “chi è il più grande?”. La nostra dignità e il nostro cammino evangelico consistono nell’abbandono deliberato e continuo di ogni dignità e nel consegnarla a chi è inferiore.

Il Signore sempre ci dona lo spirito di umiltà di un bambino, secondo la statura di Betlemme, e lo spirito di umiltà di una colomba, secondo la statura del Giordano. Così saremo preparati interiormente ed esteriormente a raggiungere la piena statura di Cristo in noi.

Matta el Meskin
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Qiqajon, Bose, 99-104.

Autorità e servizio

Noi oggi concepiamo l'autorità come potere, quasi sinonimo di dominazione, e in questo senso essa è il contrario del servizio. Gesù ha goduto di profonda autorità e ha agito con autorità: è proprio Marco che ci riferisce come Gesù sin dall'inizio insegnava con autorità (1,27).
Eppure Gesù è stato anche colui che il Nuovo Testamento ha presentato soprattutto ricorrendo all’inno del servo sofferente (Is 52,13-53,12), come uno che ha dato la sua vita per gli altri, esprimendo al massimo grado la verità che non c'è miglior amico di colui che dona la sua vita per gli altri.

Isaia 42:1 Ecco il mio servo che io sostengo,
il mio eletto di cui mi compiaccio.

E’ Dio che parla e presenta il “suo” servo; è Lui che lo ha “scelto”, è Lui che lo sostiene. Ogni elezione nella Scrittura è sempre in vista di una missione per affrontare la quale c’è bisogno della grazia. Dio dice che il suo servo è “cosa buona” e che ha posto in lui il suo Spirito.

Isaia 49:1 Ascoltatemi, o isole,
udite attentamente, nazioni lontane;
il Signore dal seno materno mi ha chiamato,
fino dal grembo di mia madre ha pronunziato il mio nome.
Isaia 49:2 Ha reso la mia bocca come spada affilata,
mi ha nascosto all'ombra della sua mano,
mi ha reso freccia appuntita, mi ha riposto nella sua faretra.

In sintesi: il servo è un uomo, scelto tra gli uomini; non è migliore degli altri né più capace; è Dio che gli va incontro, che lo purifica e lo rende capace di dirgli di sì; la chiamata ad essere santo si concretizza nella missione agli altri, quale inviato di Dio; questa missione consiste soprattutto nell'annunziare la Parola, nel prestare la voce a Dio, nell'essere suo testimone.
L'autorità secondo il vangelo quindi è "una qualifica che Dio dà per un servizio". Se volessimo esprimerci con una pagina di Giovanni, potremmo rifarci alla lavanda dei piedi, la sera dell'ultima cena, con la quale il quarto evangelista intende probabilmente rendere il significato stesso della Eucarestia: "Signore, tu lavi i piedi a me?", esclama Pietro. E Gesù: "Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo"... (Gv 13,1-20).
Non c'è da stupirsi che Giovanni abbia introdotto la scena della lavanda dei piedi e dei fatti della passione con le parole: "Prima della festa di pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine" (Gv 13,1).

E più avanti ancora Gesù dirà: “ Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” parole che possiamo completare con quelle degli Atti degli Apostoli: “Vi è più gioia nel dare che nel ricevere” (At 20,35).
Giovanni ci rimanda così al vangelo di Marco, dove Gesù è preoccupato di non assimilarsi ai grandi della terra: non vuole essere servito, ma servire. Donando la sua vita vuol dimostrare che sa portare sino alle estreme conseguenze la verità in cui crede e la missione che sente affidatagli dal Padre; non solo ma ci vuole far capire che la vita cristiana è vita nella gioia, servire Dio, servire gli altri, servire la Chiesa, dà gioia.

“Il servizio cristiano”, IV Assemblea Nazionale ALAM
Collevalenza 2005