La solitudine del cristiano

 Esiste una interiorità che, come diceva Bernanos, assomiglia al gatto che gira attorno alla propria coda: intimismo, spiritualismo disincarnato, fuga dal mondo e dalle sue concrete responsabilità, compiacenze misticheggianti per meglio disprezzare la fatica quotidiana del mestiere di uomo. Ma è pur vero che questa sana rappresaglia a una spiritualità sen­za spina dorsale e senza piedi per terra, a sua volta è minacciata dalla tentazione opposta: affogare nell'attivismo e nell'agitazione quotidiana. Un'autentica spiritualità evangelica è un continuo, delicato, ricon­quistato equilibrio tra contempla­zione e impegno, deserto e storia, l'assoluto di Dio e il quotidiano umano. Per qualsiasi avventura di esodo bisogna entrare, accettare, sperimentare il deserto; ma sempre nel deserto c'è il « roveto ar­dente » dove l'uomo incontra Dio per accettare la vocazione di libe­ratore dei fratelli oppressi. Se la contemplazione non cresce nella verifica della propria voca­zione profetica, diventa sterile aristocrazia intellettuale. Se il de­serto non è lo spazio spirituale per forgiare il proprio impegno ri­voluzionario nella storia, è alienazione da Dio e dall'uomo. Se l'As­soluto non è Parola che si fa carne, non esiste il credente vero per­ché non c'è l'uomo vero. La solitudine non è disimpegno. Nella preghiera il credente si presenta e sempre ritorna al « cuore di Dio », che è il « cuore » di tutte le creature e di tutti gli avveni­menti. Qui la logica mondana delle prudenze, delle furbizie, delle prepotenze è lucidamente vista e capita nella storia, perché queste vi si infrangono e vi sono messe in iscacco. Di qua il credente parte, irrobustito dall'onnipotenza dell'amore, per sfidare le politiche del denaro, della forza, del dominio. Il solitario pianta la sua tenda nel regno di Dio che è attesa e insieme anticipazione ardente. Poiché si sente senza patria, oltre le razze, al di là di ogni confine, incamminato verso il « giorno del Signore », passa attraverso le città degli uomini e le loro sorti come un avven­turiero della libertà, della giustizia, della pace. Su ogni strada, con tutti, ma sempre proteso in avanti. Il cristiano è chiamato a essere « fermento nella massa » e per solle­vare e far lievitare tutta la pasta non deve « massificarsi ». Entrare e rimanere come fermento evangelico dentro la massa della storia e dell'esistenza di tutti - è il momento della incarnazione della Parola - significa accettare il rischio della fede solitaria. Continuamente si deve scommettere la propria fede contro le sconfitte e i fallimenti che il mondo regala senza posa. Bisogna vigilare per difendersi dalle suggestioni della massa: le abitudini, le mode, i conformismi, i ser­vilismi, le rassegnazioni.

Umberto Vivarelli, La solitudine del cristiano