Una giornata di deserto

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"La cosa che sembra più facile è in realtà la più difficile: conoscere se stessi"

Edgar Morin

1) Apri la tua esperienza di deserto con il silenzio. Nel silenzio cerca di riflettere e interrogarti. Pensa al tuo passato e al tuo oggi, a come agisci e interagisci con gli altri, e cerca di dare il nome a ciò che ti rende felice, contento/a, e a ciò che ti rende infelice e scontento/a, a ciò che ti dà gioia e a ciò che ti fa soffrire.

2) Esercita l'immaginazione e immagina te stesso/a al futuro: come ti vedi felice? Come ti pensi realizzato/a?

3) Approfondisci il silenzio. Nella tua solitudine, cerca di stare almeno mezz'ora (meglio se un'ora) in silenzio anche interiore (silenzio da pensieri, immagini, ricordi, voci): come ti senti dopo? Cosa ti dice il tuo corpo?

4) Esercitati al ringraziamento: cerca di chiudere la tua esperienza di deserto ringraziando. E cerca di individuare i motivi (eventi, persone, paesaggi...) per cui ringraziare. Ricordati della parola di Teresa di Lisieux: "Tutto è grazia".

Un Sinai interiore


La narrazione della creazione nella Genesi ci rivela che l'atto creatore di Dio è al contempo e indissolubilmente atto di separazione e di parola. Dio separa luce e tenebre, e chiama la luce giorno e le tenebre notte. Se­para le acque sotto il firmamento dalle acque che si trovano sopra il firmamento, e chiama il firmamento «cielo».

La creazione, che dona esistenza alle creature nella loro propria individualità, è separazione nello spazio e successione nel tempo: matrice di ogni solitudine. Ma in quanto atto di parola, pone l'uomo come interlocutore, faccia a faccia. Adamo è separato da Eva per potersi rivolgere a lei con un «Tu» e nel linguaggio della ce­lebrazione: «questa è osso delle mie ossa e carne della mia carne!» Adamo ed Eva sono separati da Dio per trovarsi con Lui faccia a faccia, come splendidamente esprime una scultura della cattedrale di Chartres. Il filosofo Emmanuel Lévinas afferma la stessa idea: «La verità sorge laddove un essere separato dall'altro non si annulla in lui, ma gli parla».
Questo è il senso che riveste, alla luce della creazione, la nostra solitudine: la si può definire solitudine di vocazione. Attraverso di essa, Dio non cessa di affermare la nostra esi­stenza e di chiamare ciascuno per nome. La nostra solitudine non è più soltanto quel segreto interiore che protegge l'intimità della no­stra coscienza: è la camera nuziale dove Dio abita. La nostra solitu­dine di vocazione è ormai la dimora di Dio al cuore della creatura.

E’ perciò necessario, oggi più che mai, ritornare al proprio cuore, entrare nella camera, chiudere la porta per pregare il Padre che vede nel segreto (cf. Vangelo di Matteo 6, 5-6). La solitudine dell'uomo interiore non è quella del de­serto dell'assenza, ma quella del deserto dell'esodo: è il luogo di in­contro, l'Arca dell'Alleanza, il nostro Sinai interiore.
Occorre che il nostro cuore sia solitario per rico­noscere, in se stesso, la Presenza del Tutto Altro, il divenire luogo di comunione. Nello spazio allargato della sua tenda, diviene capace di accogliere nella verità esseri e cose, il mondo e la storia, che non sono più soltanto oggetti del nostro sapere e del nostro potere, ma ridivengono ciò che non hanno mai cessato di essere, i testimoni della prima e indimenticabile alleanza di Dio con l'uomo, l'alleanza della Creazione.

Marguerite Léna, La solitudine dell’uomo.

Isolamento e solitudine

L'uomo di oggi fa molta fatica a trovare la strada della solitu­dine, la strada che lo conduce a se stesso, al mondo e a Dio.
Cos'è, dunque, la solitudine? Se essa si definisce in base alla relazione che ho con l'altro in cui m'imbatto o con l'altro che giace nella parte più intima di me stesso, la solitudine è il con­trario dell'isolamento, che invece nega tale relazione.
L'isolamento si distingue dalla solitudine in quanto nega la possibilità dell'apertura all'altro, vissuta sempre come un'altera­zione. Più in profondità, esso è negazione del desiderio che por­tiamo in noi, il desiderio dell'altro. L'isolamento e il mutismo vanno di pari passo, perché la relazione con l'altro trova l'e­spressione propria nella parola, e la negazione della prima com­porta la scomparsa della seconda. Si potrebbe dire che l'isola­mento stia alla solitudine come il mutismo sta al silenzio. Tacere implica che si abbia qualcosa da dire; essere soli suppone anche la possibilità di non esserlo, di essere aperti al mondo. La pre­senza dell'essere amato è sentita, nella solitudine, come un'as­senza. Nell'isolamento la separazione è vissuta come un'inquie­tante interruzione del contatto. Per provare a se stesso che esi­ste, l'isolato ha bisogno della presenza materiale dell'altro, per quanto insopportabile. La scomparsa o il cambiamento dell'altro lo fa precipitare in una dolorosa incertezza, quella che compare quando è venuto meno ogni punto di riferimento.

Denis Vasse “Uno sguardo umano: dall’isolamento alla solitudine”,
in “{link_prodotto:id=350}, P. Beauchamp, A. Louf e AA.VV., Qiqajon, Bose

La solitudine del cristiano

 Esiste una interiorità che, come diceva Bernanos, assomiglia al gatto che gira attorno alla propria coda: intimismo, spiritualismo disincarnato, fuga dal mondo e dalle sue concrete responsabilità, compiacenze misticheggianti per meglio disprezzare la fatica quotidiana del mestiere di uomo. Ma è pur vero che questa sana rappresaglia a una spiritualità sen­za spina dorsale e senza piedi per terra, a sua volta è minacciata dalla tentazione opposta: affogare nell'attivismo e nell'agitazione quotidiana. Un'autentica spiritualità evangelica è un continuo, delicato, ricon­quistato equilibrio tra contempla­zione e impegno, deserto e storia, l'assoluto di Dio e il quotidiano umano. Per qualsiasi avventura di esodo bisogna entrare, accettare, sperimentare il deserto; ma sempre nel deserto c'è il « roveto ar­dente » dove l'uomo incontra Dio per accettare la vocazione di libe­ratore dei fratelli oppressi. Se la contemplazione non cresce nella verifica della propria voca­zione profetica, diventa sterile aristocrazia intellettuale. Se il de­serto non è lo spazio spirituale per forgiare il proprio impegno ri­voluzionario nella storia, è alienazione da Dio e dall'uomo. Se l'As­soluto non è Parola che si fa carne, non esiste il credente vero per­ché non c'è l'uomo vero. La solitudine non è disimpegno. Nella preghiera il credente si presenta e sempre ritorna al « cuore di Dio », che è il « cuore » di tutte le creature e di tutti gli avveni­menti. Qui la logica mondana delle prudenze, delle furbizie, delle prepotenze è lucidamente vista e capita nella storia, perché queste vi si infrangono e vi sono messe in iscacco. Di qua il credente parte, irrobustito dall'onnipotenza dell'amore, per sfidare le politiche del denaro, della forza, del dominio. Il solitario pianta la sua tenda nel regno di Dio che è attesa e insieme anticipazione ardente. Poiché si sente senza patria, oltre le razze, al di là di ogni confine, incamminato verso il « giorno del Signore », passa attraverso le città degli uomini e le loro sorti come un avven­turiero della libertà, della giustizia, della pace. Su ogni strada, con tutti, ma sempre proteso in avanti. Il cristiano è chiamato a essere « fermento nella massa » e per solle­vare e far lievitare tutta la pasta non deve « massificarsi ». Entrare e rimanere come fermento evangelico dentro la massa della storia e dell'esistenza di tutti - è il momento della incarnazione della Parola - significa accettare il rischio della fede solitaria. Continuamente si deve scommettere la propria fede contro le sconfitte e i fallimenti che il mondo regala senza posa. Bisogna vigilare per difendersi dalle suggestioni della massa: le abitudini, le mode, i conformismi, i ser­vilismi, le rassegnazioni.

Umberto Vivarelli, La solitudine del cristiano

A tu per tu con Dio

La fede potrebbe essere presentata così: una vita che rischia l' « a so¬lo » con Dio. Fino a che manca questo incontro unico « faccia a faccia » col mistero di Dio, che si rispecchia nel mistero del nostro essere e fare l'uomo, non si entra nella fede. Si rimane nella sfera religiosa, dentro la quale giocano le immaginazioni e le suggestioni superstiziose. Dio, l'invisibile vivente e presente, non tocca né oc¬cupa l'esistenza concreta. Questo vivere faccia a faccia dinanzi al volto del mistero, che incessantemente si svela e si nasconde, costi¬tuisce l'esperienza radicale di ogni fede. Diviene insieme preghiera, contemplazione, conversione: vuol dire porsi alla sorgente del proprio essere, dove « c'è la fonte di un'acqua zampillante a vita eterna » (Giovanni 4, 14). A questa profondità spirituale la luce della Verità ci rivela il nostro nome unico, il nostro unico volto, la nostra unica immagine che ri¬flette e manifesta il volto del Padre. Così nasce e cresce « l'uomo nuovo, non nato da sangue, né da volontà di carne, né da volontà di uomo » (Giovanni 1, 13). Solo quando si incontra Dio « a tu per tu » si entra in quella novità radicale che costruisce il « noi », perché si creano e si stabiliscono con tutti gli altri uomini rapporti e in¬contri in uno stile che va oltre la logica del sangue e degli istinti, degli interessi, degli egoismi, delle convenienze. La solitudine interiore matura e delinea la struttura e la fisiono¬mia personale di ogni spiritualità, perciò è la condizione indispensa¬bile per uscire dall'anonimato e non proliferare « gruppi anonimi », anche se orpellati di cultura teologica, di estetismo liturgico, di raf¬finatezze spiritualistiche. Perché è una solitudine carica di vita che « morde » la vita. Mette in questione le « clausure » dell'individua¬lismo, egocentrico e indifferente: provoca le soddisfazioni dell'io e le fughe dall'io, aiutando così a scoprire e a rispettare quel bisogno di solitudine che è l'unica difesa dall'isolamento e dalla superficialità quotidiana. Sorgono allora e possono durare le vere amicizie, senza complicità e senza ipocrisie, perché, nella luce di Dio, si denudano la radice di ogni esistenza e gli sbocchi di ogni esperienza e insieme si percorrono le strade della propria liberazione umana.

Umberto Vivarelli, La solitudine del cristiano

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