Preparazione al sacramento della penitenza

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ARTURO MARTINI, Il figliol prodigo

Preparazione al sacramento della penitenza

Confessione: Tu conosci la mia debolezza

Preghiera

Mio Signore e mio Dio,
tu conosci la mia debolezza,
la mia miseria, il mio peccato
perché sempre mi scruti,
mi conosci, mi provi, mi correggi.
Invia su di me il tuo Spirito santo,
affinché illumini il mio cuore
e io conosca i miei peccati,
mi porti grazia e consolazione
e io pianga le mie colpe,
mi riveli il tuo amore
e io speri nella tua misericordia.
Togli il velo ai miei occhi
e sarò preservato
dal grande peccato dell'orgoglio.


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Il pentimento: volgersi a Dio con speranza

Quando ci comportiamo male' e diciamo ciò che non va detto, quando pensieri oscuri mina­no la nostra mente o un velo nero si stende sul nostro cuore, se arriviamo a fare appena appena un po' di luce in noi, allora sentiamo i primi ri­morsi di coscienza. Ma il rimorso non è ancora pentimento; noi possiamo passare tutta la vita a rimproverarci la nostra cattiva condotta in azio­ni o in parole, i nostri pensieri e i nostri sen­timenti tenebrosi, e non per questo emendarci. Il rimorso può fare della nostra vita un vero e proprio inferno, ma non ci fa accedere al regno dei cieli; bisogna aggiungervi un altro elemento, che si trova al cuore del pentimento, e cioè il fatto di volgerci a Dio con la speranza, con la cer­tezza che Dio ha amore sufficiente per accordar­ci il perdono, e forza sufficiente per cambiarci. Il pentimento è quel tornante della vita, quella svolta nel modo di pensare, quella trasformazio­ne del cuore, che ci fa stare faccia a faccia con Dio pieni di una speranza tremante e gioiosa, nella certezza di chi è cosciente di non meritare la misericordia di Dio, e tuttavia sa che il Signo­re è venuto sulla terra non per giudicare ma per salvare, che è venuto sulla terra non per i giusti ma per i peccatori.

Volgersi a Dio con speranza, chiamarlo in no­stro aiuto, non è sufficiente, perché molte co­se nella nostra vita dipendono da noi. Quante volte ripetiamo: "Signore, aiutami! Signore, do­nami la pazienza, donami la castità, donami la purezza di cuore, donami una parola vera!". E quando si presenta l'occasione di compiere azio­ni conformi alla nostra preghiera noi seguiamo le inclinazioni del nostro cuore, così che ci man­cano il coraggio e la risolutezza per mettere in atto quello che abbiamo chiesto a Dio. In un ca­so simile il nostro pentimento e lo slancio del­la nostra anima restano sterili. Il pentimento de­ve essere determinato appunto da questa speran­za nell'amore di Dio, e da uno sforzo risoluto che ci costringa a condurre una vita retta e ad abbandonare gli errori del passato. Senza questo neanche Dio ci può salvare; infatti, come dice Cristo, non quelli che dicono: "Signore, Signo­re" entreranno nel regno dei cieli (cf. Matteo 7,21),
ma coloro che porteranno dei frutti. Questi frut­ti noi li conosciamo: sono la pace, la gioia, l'a­more, la pazienza, la mitezza, tutti frutti mera­vigliosi (cf. Lettera ai Galati 5,22) che potrebbero già fin da ora fare della nostra terra un paradiso se soltan­to, come alberi fertili, riuscissimo a portarli a maturazione...
Il pentimento ha inizio quando all'im­provviso la nostra anima riceve uno shock, la nostra coscienza ci parla, Dio c'interpella con queste parole: "Dove vai? Verso la morte? È proprio questo che vuoi?". E quando rispondia­mo: "No, Signore, perdona, abbi pietà, salva!", e ci volgiamo a lui, Cristo ci dice: "Io ti perdono e tu, come riconoscimento per tale amore, e pro­prio perché rispondendo al mio amore hai la ca­pacità di amare, comincia a cambiare vita".

A. Bloom, {link_prodotto:id=338}
Qiqajon, Bose 2002

Vincere in noi ciò che è estraneo a Dio

Il giudizio definitivo della nostra coscienza non appartiene né a noi, né a quelli che ci co­noscono, ma a Dio. L'evangelo ci illumina sulla sua parola, sulla sua giustizia; eppure noi rara­mente sappiamo fare riferimento a esso con di­scernimento e con piena trasparenza. Se leggia­mo attentamente le pagine dell'evangelo con sem­plicità di cuore, senza cercare di trarne più di quanto siamo capaci di ricevere, e a maggior ra­gione più di quanto potremmo mettere in prati­ca nella nostra vita, se le accogliamo con rettitu­dine e senza sotterfugi, vediamo che possono suddividersi in tre categorie.

Ci sono passi dell'evangelo la cui autorevolez­za salta agli occhi, ma che non scuotono la no­stra anima, e ai quali acconsentiamo facilmen­te. A livello teorico li assimiliamo, il nostro cuo­re non insorge contro di essi, ma non ce ne sen­tiamo toccati nella nostra vita. Questi passi del­l'evangelo ci dicono che la nostra intelligenza, la nostra capacità di comprensione delle cose si collocano alla frontiera di qualcosa che né la no­stra volontà né il nostro cuore sono ancora in grado di raggiungere. Essi ci fanno sentire il pe­so di tutto il nostro immobilismo e della nostra inazione; senza aspettare che il nostro cuore ge­lido si riscaldi, questi brani evangelici esigono da noi che compiamo la volontà di Dio, sempli­cemente per il fatto che siamo suoi servi.

Se poi prendiamo in considerazione altri pas­si dell'evangelo in piena onestà, se guardiamo lealmente nella nostra anima, ci rendiamo conto che li evitiamo, che siamo in disaccordo con il giudizio di Dio e con la volontà del Signore. E se avessimo l'infelice coraggio e la forza di ribel­larci, ci ribelleremmo come hanno fatto al loro tempo e come fanno di secolo in secolo tutti co­loro che all'improvviso prendono coscienza che il comandamento del Signore sull'amore li spa­venta, che esige il sacrificio, la rinuncia totale a ogni egocentrismo, a ogni egoismo, e molte vol­te noi preferiremmo che non esistesse affatto.
Molti di quelli che circondavano Cristo desi­deravano che facesse un miracolo, per essere si­curi che il suo comandamento fosse veritiero, certi di poter andare alla sua sequela senza cor­rere pericolo per la loro persona, per la loro vita; certuni sicuramente si sono recati alla terribi­le crocifissione di Cristo con il pensiero che, se non fosse sceso dalla croce, se il miracolo non si fosse verificato, questo significava che egli non era nella verità, che non era un uomo di Dio e che quindi si poteva dimenticare la sua parola inquietante secondo la quale l'uomo deve mori­re a se stesso e vivere soltanto per Dio e per gli altri.
Quando ci rechiamo in chiesa, molto spesso noi ci accostiamo alla mensa del Signore con cir­cospezione: purché la verità del Signore non ci colpisca a morte, non esiga da noi l'ultima cosa che ci resta, la rinuncia a se stessi! Quando il comando dell'amore, o qualche altro comanda­mento con il quale Dio c'illumina sull'infinita varietà di forme che può assumere un amore in­telligente e creativo, ci suggerisce di verificare in noi stessi questo sentimento, allora noi pos­siamo misurare quanto siamo lontani dallo spiri­to del Signore, dalla sua volontà, e pronunciare su noi stessi un giudizio di condanna.
Infine ci sono passi dell'evangelo che fanno nascere in noi le parole dei pellegrini di Em­maus dopo che il Signore ebbe conversato con loro lungo la via: "Non ci ardeva forse il cuo­re nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino?" (Luca 24,32).

Questi passi, anche se fossero poco numerosi, hanno un grande valore perché ci fanno com­prendere che vi è in noi la possibilità di formare con Cristo un solo spirito, un solo cuore, una so­la volontà, un solo pensiero; che noi siamo dive­nuti suoi intimi, che facciamo già parte dei suoi. Questi passi dobbiamo custodirli nella memoria come un tesoro prezioso, perché possiamo vive­re in conformità a essi senza dover sempre lotta­re contro il male che è in noi, ma sforzandoci di dare libero corso alla vita e di lasciar trionfare ciò che dentro di noi già appartiene al divino, a ciò che è vivente, a ciò che è pronto a essere trasfi­gurato e a diventare una briciola di vita eterna.

Se noi sappiamo cogliere con attenzione que­ste diverse categorie di eventi, di comandamen­ti, di parole di Cristo, ben presto ci apparirà la nostra stessa immagine, vedremo chiaramente che tipo di uomini siamo, e quando andremo a confessarci discerneremo chiaramente non sol­tanto il giudizio della nostra coscienza o quello degli altri, ma anche il giudizio di Dio. Lo per­cepiremo non solo con angoscia, non solo come una condanna, ma anche come la rivelazione di tutto un cammino e di tutte le possibilità che sono in noi: la possibilità, talora, di divenire in ogni istante e di rimanere esseri pieni di luce, con l'anima ricolma di gioia, e la possibilità a causa di Cristo, a causa di Dio, a causa degli uo­mini, a causa della nostra salvezza personale, di vincere in noi ciò che è estraneo a Dio, ciò che è mortifero, ciò che non può dare accesso al regno dei cieli.

A. Bloom, {link_prodotto:id=338}
Qiqajon, Bose 2002

Siete venuti a con­fessare i vostri peccati

La confessione personale deve limitarsi alla mia persona, perché è il mio destino personale a essere in gioco. Per quanto possa essere imper­fetto il giudizio che proferisco su me stesso, è da qui che bisogna cominciare, e bisogna farlo chiedendosi: di che cosa mi vergogno della mia vita? Quali sono le cose che voglio nascondere di fronte al volto di Dio, o che voglio nasconde­re di fronte al giudizio della mia stessa coscien­za e che mi fanno paura?

Non sempre è facile affrontare una questione del genere, perché ci siamo così spesso abituati a sottrarci al nostro personale e legittimo giudi­zio che, quando facciamo un esame di coscienza nella ferma speranza di scoprire la verità su noi
stessi, ci sembra di urtare contro enormi diffi­coltà; eppure è proprio da qui che bisogna co­minciare. E se anche non avessimo nient'altro da dire in confessione, questa sarebbe malgrado tutto sincera, sarebbe proprio nostra.

Ma ci sono molti altri punti da esaminare. Basta che ci guardiamo attorno e ci rammentia­mo di quello che gli altri pensano di noi, di qua­li sono le loro reazioni nei nostri confronti, di ciò che succede quando ci troviamo in mezzo a loro, per scoprire nuove ragioni per emettere un giudizio su noi stessi. Sappiamo bene di non es­sere sempre portatori di gioia e di pace, di verità e di bontà nelle nostre relazioni con gli altri. Ba­sta scorrere la lista dei nostri amici più vicini, quelli che incontriamo più o meno frequente­mente, e il nostro atteggiamento apparirà chia­ramente: quanti di loro abbiamo ferito, ingan­nato, offeso, abbiamo indotto in tentazione in un modo o nell'altro?

Ma vi è ancora un altro giudizio che dobbia­mo affrontare: "Quello che avrete fatto a uno dei più piccoli dei miei fratelli, l'avrete fatto a me", ci dice il Signore (cf. Matteo 25,40).

Ricordiamoci ancora di come ci giudicano gli altri: spesso si tratta di un giudizio penetrante ed equo; ma noi non ne vogliamo sapere di ciò che la gente pensa di noi, nella misura in cui di­ce la verità e ci mette sotto accusa. Succede pe­rò, al contrario, che le persone ci odino e ci ami­no allo stesso tempo, senza un motivo valido. Ci odiano senza ragione nella misura in cui agiamo secondo la verità divina, proprio perché risulta una verità scomoda. Ci amano egualmente sen­za ragione valida nella misura in cui accettiamo con troppa leggerezza la falsità della vita, e in questo caso ci amano non per le nostre virtù ma per il tradimento che consumiamo nei confronti della verità divina.

E necessario allora ancora una volta pronun­ciare un giudizio su noi stessi e prender coscien­za che dovremo talora pentirci per il fatto che la gente ha simpatia per noi e ci porta alle stelle; ancora una volta Cristo ci avverte: guai quando si dirà bene di voi (cf. Luca 6,26)...
Possiamo infine fare ricorso al giudizio dell'e­vangelo con questa domanda: come ci giudiche­rebbe il Salvatore se considerasse la nostra vita?
Ponetevi queste domande, e vedrete che la vo­stra confessione sarà allora seria e meditata, e che non finirete per manifestare, confessando­vi, quella futilità, quel balbettio infantile inde­gno della vostra età che sovente capita di sentire.

Non coinvolgete gli altri. Siete venuti a con­fessare i vostri peccati, non i loro. Le circostanze che hanno generato il peccato hanno un signifi­cato solo nel caso in cui aggravino il vostro pec­cato e la vostra responsabilità; e il racconto del fatto in quanto tale, del come e del perché, non ha nulla a che vedere con la confessione: può soltanto indebolire in voi la coscienza della col­pa e lo spirito del pentimento.

A. Bloom, {link_prodotto:id=338}
Qiqajon, Bose 2002

Non riesco a staccarmi dai miei peccati!

Talora si sente dire: "Non riesco a staccarmi dai miei peccati! Se avessi commesso qualche grave peccato forse ne sarei rimasto scosso, ma tutto l'insieme dei miei peccati non pesa su di me più di un velo di polvere. Ci si abitua, come ci si abitua a vivere nel disordine del proprio ap­partamento". Non ci rendiamo conto che certe volte è più difficile sbarazzarsi di una quantità di peccati piccoli che di un solo peccato grave. Infatti il peccato grave può scuoterci a tal punto che, malgrado la nostra incapacità di restare vi­gilanti, ci risvegliamo. Invece i peccati della vi­ta quotidiana... Nella vita di un folle in Cristo, il russo Aleksij, del governatorato di Voronez, si racconta che egli ricevette la visita di due don­ne. La prima aveva la coscienza tormentata da un orribile peccato che aveva commesso, l'altra non faceva che piagnucolare: "Sono una pecca­trice, come tutti; voi sapete, padre mio, che non è possibile vivere senza peccare". Egli mostrò loro concretamente che cosa significavano le lo­ro parole mandandole in un campo. A quella che aveva commesso l'unico peccato che la op­primeva, comandò di andare a cercare la pietra più grossa che poteva sollevare e di portargliela; alla seconda ordinò di raccogliere nel grembiule tutti i ciottoli che riusciva a raccogliere. Quan­do le due donne tornarono, egli chiese a entram­be di andare a riportare, una la grossa pietra e l'altra i ciottoli, nel punto esatto in cui li aveva­no presi. La prima andò diritto al luogo in cui aveva raccolto la pietra, la cui impronta era an­cora visibile sul suolo, la rimise a posto e ritor­nò. Quanto alla seconda, si mise a vagare senza riuscire a ricordarsi dove aveva trovato tutti quei ciottoli. Questo folle in Cristo dimostrò che non bisogna sottovalutare ciò che sembra insignifi­cante, ma dal quale non c'è forza al mondo in grado di liberarci. Dobbiamo riflettere su questo. Da una parte perché, se veramente non prestiamo attenzione ai peccati meno gravi, ci è impossibile liberarcene. E dall'altra perché, una volta radicata l'abitudi­ne di trascurare le colpe leggere, la negligenza diventa la nostra seconda natura e ci mettiamo a peccare sempre di più, cioè a sfigurare gradual­mente e ad annientare, a distruggere, a profana­re l'immagine di Dio in noi.

Dipende da noi fare un esame meditato, sen­sato, serio dello stato in cui versa la nostra vi­ta. Se noi esaminassimo la nostra condizione di peccato, la nostra lontananza da Dio, la distanza che esiste tra ciò che potremmo essere e ciò che siamo, la fredda indifferenza che abbiamo verso gli altri, se potessimo prendere coscienza di tut­to questo in una luce nuova, rimarremmo impie­triti a questa vista, e pieni di orrore, e potrem­mo allora udire l'appello del Signore: "Dimmi: se tu sei perdonato, se io ti dico ora che ti amo con tutta la mia vita e con tutta la mia mor­te, con la mia croce, la mia crocifissione e la mia resurrezione, potrai rispondermi con gioia e ri­conoscenza?". Gioia, perché se è vero che non posso né perdonarmi né guarirmi da solo, posso però essere perdonato e guarito dalla potenza di Dio. Riconoscenza, perché se è così che si pre­senta la realtà, allora in verità tutta la vita cri­stiana si riassume in una cosa sola: ogni pensie­ro, ogni moto del cuore, tutta la nostra volontà e le nostre tendenze naturali, tutte le nostre azio­ni portano a Dio la nostra riconoscenza per es­sere stati salvati, per essere tanto amati da lui... E se siamo tanto amati, allora tutta la nostra vi­ta deve divenire vivente, segno permanente di un'azione di grazie esultante verso Dio, perché egli esiste, perché egli è capace di amarci in tal modo.

A. Bloom, {link_prodotto:id=338}, Qiqajon, Bose 2002