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Ricordare? Si, ma senza rabbia Stampa E-mail

La Stampa, 28 gennaio 2007

Bronzo  - h 285 cm - particolare - Philippsburg, 1979
GIACOMO MANZÙ, Monumento per la pace

L’istituzione della Giornata della memoria si colora ogni anno di accenti diversi, non perché le tragedie che hanno ferito l’umanità assumono pesi diversi, ma perché muta la nostra consapevolezza e le risposte che insieme, come società, cerchiamo di dare agli interrogativi suscitati da un passato che non basta rievocare perché sia sanato. La memoria, infatti, non è un blocco monolitico di certezze indistruttibili ma un’esile trama che si tesse nell’interiorità di una persona come di una società: trama che va custodita nel profondo e, nel contempo, costantemente ripresa, ritessuta, a volte persino rammendata. E per questa delicata operazione – che ciascuno compie per sé e che una convivenza civile degna di tale nome deve intraprendere a nome dell’umanità nel suo insieme – a nulla serve dichiarare reato il negare che l’inimmaginabile è avvenuto. Serve, invece, la capacità non solo di “fare storia” ma anche, come aveva sapientemente intuito Paul Ricoeur, “fare la storia”: se infatti non si può, nemmeno con il più elaborato falso storico, “fare in modo che ciò che è accaduto non lo sia, in compenso il senso di ciò che è accaduto non è fissato una volta per tutte”.