Verso il Convegno ecclesiale di Verona

“L’opinione”, in Jesus 12 (2005)

Ci sono parole della Lumen gentium, la costituzione del Vaticano II sulla Chiesa, che restano ancora oggi, a quarant’anni di distanza, come norma e giudizio anche per la Chiesa che è in Italia: “Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa è chiamata a percorrere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza” (LG 8). Sì, noi come Chiesa di Dio che è in Italia dobbiamo tornare a queste parole e attuare un autentico “esame di coscienza” davanti a Dio per verificare se stiamo percorrendo la via percorsa da Gesù o se tentiamo di percorrerne un’altra. Soprattutto al Convegno di Verona la Chiesa dovrà interrogarsi ancora una volta sulle parole di Gesù: “Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” (Mt 28,21). Di fronte alla condizione di minoranza che può spaventare e far temere per il futuro della fede, di fronte anche alla crisi e alla mancanza di principi della società secolarizzata  eppure bisognosa di rimediare alla perdita di senso, la tentazione oggi presente nella compagine ecclesiale è quella di nutrire una nostalgia della cristianità e di accettare o addirittura favorire il processo che conduce la fede cristiana a declinarsi come “religione civile”,  cioè come sistema culturale capace di fornire alla società quella morale comune che si ritiene deducibile solo a partire dalle religioni. La tentazione è antica e può essere espressa in un progetto che vede le Chiese correre in aiuto e supporto alle società per fornire e alimentare valori di cui esse hanno bisogno per il loro ordine ed equilibrio, svolgendo la funzione che era quella della “religione dei padri” nella teocrazia giudaica o della religio pagana nella res publica romana.

È così che oggi molti vogliono un connubio tra religione cristiana e società, nella prospettiva che il cristianesimo come fede e come cultura è stato e può tornare a essere il cemento di un popolo, persino la sua identità, e può quindi dare un forte contributo al bene e al progresso della nazione. Offerta seducente quella che viene fatta alla Chiesa, tanto più quando è avanzata da non credenti che ricoprono cariche politiche, ma offerta che, se accettata, rischierebbe di minare la laicità dello stato e il pluralismo democratico accentuando inoltre la pericolosa e falsante identificazione tra cristianesimo e occidente.

In questa ottica, le Chiese propugnano un’etica e concentrano tutte le loro energie affinché essa sia assunta dalla società, si mostrano capaci di quei “servizi” necessari ai quali lo stato non sa dare attuazione, soprattutto in risposta ai diversi tipi di povertà ed emarginazione, offrono la loro esperienza e qualità di intervento nell’educazione giovanile, chiedendo però che il riconoscimento del loro ruolo si traduca in un’attenzione particolare del legislatore non sui bisogni inevasi delle fasce più svantaggiate della popolazione, bensì sulla difesa teorica di alcuni valori cari alla fede cristiana. Raramente però i cristiani riescono poi a far percepire a quanti non condividono la loro fede lo spessore e la qualità “umana” di questi valori, che non sono quasi mai presentati e spiegati in termini antropologici.

Certo, sono in molti a riconoscere che così “la Chiesa serve alla società”, che ha una funzione educatrice e culturale efficace, che, di conseguenza, la Chiesa è presente nella vita della nazione, che il cristianesimo appare “un fatto popolare”, che società e Chiesa sono unite di fronte ai grandi temi: un’icona frequentemente riproposta di questa simbiosi l’abbiamo in liturgie che non si limitano a celebrare la morte cristiana nello spazio e nella luce illimitati della risurrezione, ma che cercano di unire nella stessa celebrazione il mistero eucaristico, la morte per la patria, l’onore reso dal potere politico, il riconoscimento civile...

Qui dobbiamo essere onesti e ciascuno deve assumersi le proprie responsabilità: se il cristianesimo è declinato come religione civile, se i suoi valori culturali ed etici sono difesi anche da Cesare, se ha una funzione sociale ridotta al semplice fornire un supplemento di anima alla società, allora si troverà progressivamente svuotato della capacità di pronunciare parole profetiche e di annunciare la venuta del regno di Dio, che non è di questo mondo. Sarà la sconfitta dello statuto escatologico della Chiesa, della sua libertà e parresia, e la fede sarà trasformata in un “bene di pubblica utilità” in mezzo agli altri e, come tale, subordinato ai bisogni via via mutabili della società, alle opportunità storiche e politiche, ai condizionamenti dei potenti di turno.

Per questo è molto importante che per il Convegno di Verona si siano invitate le Chiese locali italiane a meditare sulla Prima Lettera di Pietro, che indica chiaramente lo statuto del cristiano come “straniero e pellegrino”, un credente che sa vivere la propria fede come differenza cristiana e che sa essere “evangelizzatore” innanzitutto mostrando un “bel comportamento” in mezzo ai non cristiani. Come cristiani nel nostro paese, infatti, non dovremmo dimenticare che non solo non siamo né perseguitati né osteggiati (condizione che invece dovrebbe essere per noi costitutiva se, fedeli alla parola del Signore, non fossimo “del mondo, mondani!), ma che rischiamo addirittura di essere adulati e privilegiati, con grave danno della nostra testimonianza resa al Vangelo.

Enzo Bianchi

Lettres à un ami: L’humilité

Panorama, janvier 2005

Cher Jean,

Tu me confies, dans ta dernière lettre, une difficilté dont tu souffres, un état de malaise qui provient précisément de ta prière… Dans la lectio divina, accueillant la parole de Dieu, tu te sens comme nu face au Seigneur, parfois indigne et inadéquat. Tu es effrayé aussi par la pensée que, dans la prière et dans la Parole priée, Dieu te visite, qu’il vient établir son foyer en toi, qu’il fait de toi, de tout ton être – corps et âme –, sa demeure. Comment cela est-il possible ? Les tentations sont encore présentes, dans toute leur force et avec toute leurs séductions ; le péché, les chutes n’ont pas été déracinés, bien au contraire, la parole de Dieu qui connaît et juge ton cœur manifeste cette contradiction en toi entre ce que tu voudrais faire et que tu ne fais pas, et ce que tu ne voudrais pas faire mais que tu fais. Ta communion avec Dieu et avec tes frères reste menacée, elle semble parfois même déniée…
De cette manière, tu sens ton cœur contrit, brisé, broyé… Et dans ton cœur, le pharisien qui est en toi se trouve réduit en mille morceaux : un moi narcissique mais illusoire, un moi qui ne se nourrit que de la volonté d’auto-perfectionnement. Oui, c’est là un moment de grâce, même s’il est douloureux, c’est le moment où l’on peut devenir conscient de l’humiliation « primaire » qui nous est infligée non par Dieu, ni par les autres, mais par nous-mêmes. Il s’agit de reconnaître que le cœur contrit est un cœur humilié. Et c’est précisément de l’humiliation que pourra naître le chemin d’humilité, cette vertu combien nécessaire à la vie intérieure du chrétien.
Face à l’humiliation que tu éprouves dans ton cœur en raison du péché qui l’habite, il te faut avoir confiance dans le fait que Dieu est plus grand que ton cœur et que sa grâce ne parvient à œuvrer en nous que lorsque nous nous découvrons pécheurs, inadéquats, malades, lorsque que nous sentons donc le besoin que nous avons de la miséricorde de Dieu et de son salut : l’humilité ne naît que de l’humiliation.
Ce n’est pas un hasard si Jésus, voulant donner un enseignement sur la prière authentique du chrétien, a raconté la parabole du pharisien et du publicain au temple, qui met en scène d’une part celui qui se sent juste devant Dieu et de l’autre le pécheur public, qui ne sait que répéter : « Seigneur, aie pitié de moi ! » La rencontre avec Dieu ne se produit que dans l’humilité. Et là, il faut que tu m’entendes bien : il s’agit de l’humilité de Dieu avant tout, parce que, comme le disait saint François, « Dieu est humilité », et toujours il s’abaisse quand il parle avec nous ; puis de l’humilité de la personne qui prie.
L’humilité est la courageuse connaissance de toi en face de Dieu, qui a manifesté son humilité dans l’abaissement de son Fils Jésus jusqu’à la mort infamante sur la croix. Dieu, personne ne l’a jamais vu (voir Jn 1,18), mais le Fils Jésus Christ, homme « doux et humble de cœur » (Mt 11,29), en a fait pour nous le récit. L’humilité est la blessure infligée à notre narcissisme, qui nous ramène à ce que nous sommes en réalité, à notre humus, à notre condition de créature, et qui nous guide ainsi sur le chemin de notre véritable humanisation, qui nous pousse à « devenir hommes » comme Dieu nous a pensés et voulus. L’humilité est la condition dans laquelle nous parvenons à aimer en vérité : aimer Dieu et aimer les autres ! Là où est l’humilité, il y a la reconnaissance de Dieu et de l’autre ; et l’ouverture à la charité se fait possible. N’oublie pas que, selon l’Écriture, le grand péché, c’est l’orgueil (voir Ps 19,14), cet aveuglememnt qui nous empêche de nous voir en vérité, et qui nous empêche de voir les autres et Dieu. C’est la raison pour laquelle les pères du désert donnaient cet avertissement : « Celui qui connaît son propre péché est plus grand que celui qui fait des miracles et ressuscite les morts ! »
Cher ami, ne crains donc pas si, dans la rencontre avec Dieu, ton cœur se trouve humilié : c’est dans cet humus que naîtra l’homme nouveau et qu’il pourra grandir.

Ton ami Enzo