Aiutiamoli con una casa per loro

Roy Lichtenstein, Donna che piange, 1964.
Roy Lichtenstein, Donna che piange, 1964.

La Repubblica 12 gennaio 2018
di ENZO BIANCHI

“Sarebbe bello che in ogni diocesi restasse un’opera strutturale di misericordia come ricordo di questo Anno Santo”. L’augurio di papa Francesco all’apertura del Giubileo della misericordia ha trovato terreno fertile in molte diocesi italiane. Del resto la prossimità quotidiana agli uomini e alle donne del loro tempo da sempre consente a diocesi, parrocchie, associazioni e organismi come la Caritas, a presbiteri e laici di cogliere sul nascere i disagi e le difficoltà in cui si trovano o cadono repentinamente molte persone, guardando anche al di là e più in profondità della varie “emergenze” evidenziate dai mass media. La chiesa italiana può essere una chiesa che fa ancora fatica a sintonizzarsi sulla “conversione pastorale” chiesta da papa Francesco, ma va riconosciuto che nell’impegno verso i bisognosi mostra una rara capacità di ascolto. Basterebbe pensare a quanti, anche poco noti, fanno la vita di “preti di strada”, capaci di prestare ascolto e dare voce ai sofferenti, ai poveri, agli scarti della società, a quante iniziative vengono prese e rinnovate con intelligenza e compassionevole carità. Come dimenticare, agli albori della crisi del 2008, la tempestiva creazione da parte del cardinale Tettamanzi a Milano di un fondo diocesano di solidarietà per le famiglie di lavoratori disoccupati? E se oggi la chiesa è accusata di “buonismo unidirezionale” nei confronti dei migranti è anche perché ha saputo cogliere, prima e meglio di altre istituzioni, l’impatto devastante che una gestione irrazionale del fenomeno migratorio avrebbe avuto sul tessuto sociale.

Così domani apre ad Albano una “opera strutturale di misericordia” che risponde efficacemente a una povertà nascosta: quella degli uomini separati che, pur avendo magari conservato un lavoro e il necessario alla semplice sussistenza, hanno perso una casa in cui vivere. Il progetto “Per essere ancora papà” offrirà un tetto e un focolare ad alcuni uomini – a scanso di obiezioni xenofobe, va sottolineato che sei su sette sono italiani – ritrovatisi soli, così da metterli in condizione di condurre un’esistenza dignitosa e poter, per esempio, accogliere con calore i figli affidati all’altro coniuge nei giorni in cui questo è loro consentito. È un gesto semplice che ha richiesto un’elaborazione complessa e che testimonia come la chiesa si sforzi sempre di vedere l’essere umano in difficoltà, senza giudicarlo, senza discriminare su eventuali “colpe” che lo hanno condotto in una determinata situazione. È il vangelo che riprende il suo primato sulla legge, sulla dottrina e sulla disciplina, necessarie sì, ma non sufficienti ad aprire cammini di speranza e di comunione per quelli che si sentono ai margini o addirittura condannati ed esclusi. Un vangelo che non piace ai rigoristi né a chi ama esercitare un ministero di condanna, ma che è il vangelo di Gesù Cristo. La cura per le persone e la ricerca di alleviare la sofferenza ha il primato su ogni teoria o considerazione: così, di fronte a una famiglia andata in frantumi, non ci si interroga solo su un eventuale precetto violato né si soppesano le percentuali di colpevolezza, ma ci si fa carico anzitutto del peso che grava sul cuore delle persone, a cominciare dai più deboli.

E questo, per essere fatto con intelligenza, necessita anche di strutture, di programmazione, di attenzione agli aspetti più concreti e quotidiani, come l’iniziativa assunta da mons. Semeraro nella diocesi di Albano. È un segno tangibile di quella “pastorale” che, lungi dall’ignorare la dottrina, si fa carico di calare nella carne viva delle persone i principi e i valori che nascono dal vangelo. Per fare questo è indispensabile una prossimità quotidiana, un discernimento delle necessità anche nascoste, un ascolto del grido di dolore anche quando è sommesso e soffocato, una vigilanza sul tessuto sociale che si deteriora a poco a poco. Così il segno posto si rivela capace di andare al di là di ogni appartenenza confessionale: i cristiani nella società sono chiamati a restare vicini ai più deboli, a venire incontro ai bisogni dei più poveri, per quanto non appariscente e silenziosa possa essere la loro povertà e la loro sofferenza.

Pubblicato su: La Repubblica