La cena dei poveri

Safet Zec
Safet Zec

L'Osservatore Romano 14 ottobre 2017
di ENZO BIANCHI

Quando, con l’affermarsi della cristianità costantiniana, si cominciò a organizzare la carità, creando associazioni e luoghi in cui ospitare le persone senza casa, un grande padre della chiesa, per il quale i poveri erano veramente sacramento di Cristo, gridò in una sua predica: “Non create questi xenodocheía (case per gli stranieri)! Infatti, assegnando l’opera dell’ospitalità a istituzioni particolari, i cristiani perderanno l’abitudine di riservare un letto nella propria casa e di tenere il pane pronto per i poveri: le case dei cristiani cesseranno così di essere case cristiane!” (Giovanni Crisostomo, cit. in Ivan Illich, Il pervertimento del cristianesimo, Quodlibet, Macerata 2008, pp. 23-24). Ben presto questo processo si impose, dando frutti copiosi di carità nel passato come nell’oggi, e tuttavia questa esortazione di Giovanni Crisostomo dovrebbe perlomeno interrogarci o farci sperare nel giorno in cui ogni famiglia cristiana sarà capace di dare accoglienza e di far sedere alla propria tavola i poveri e gli stranieri, senza demandare troppo facilmente questa diaconia alle istituzioni create dalla chiesa.

L’acuto Ivan Illich, vero maestro di cristianesimo evangelico, negli anni post conciliari con i suoi scritti sempre attuali, visionari e profetici chiese più volte di interrogarsi su ogni possibile pervertimento del Vangelo, ma il suo messaggio, poco ascoltato allora, attualmente è caduto nel dimenticatoio. Ma mi sembra doveroso, proprio per la verità del Vangelo, interrogarci su tale questione oggi, mentre infuriano polemiche feroci per il pranzo con i poveri nella basilica di S. Petronio al quale ha preso parte papa Francesco nella sua recente visita pastorale a Bologna. Devo essere sincero: da anni, a diversi presbiteri che mi manifestano il loro progetto di apprestare in chiesa un banchetto per i poveri, ho sempre detto che sarebbe meglio che i pastori proponessero ai fedeli, che partecipano all’eucaristia domenicale, di vivere e compiere loro stessi il gesto della carità nelle loro case, invitando un povero, alcuni poveri, migranti, ultimi o bisognosi alla loro tavola, soprattutto in occasione delle feste celebrate in famiglia. Certo, con la loro presenza i presbiteri affiancherebbero le famiglie nella preparazione e nell’accoglienza, individuando le persone da invitare e coordinando questa rete di ospitalità “diffusa”. Questa è la nostra posizione, che cerchiamo anche di mettere in pratica nella nostra comunità.

Ma se per me, se per noi monaci, questa prassi si impone, occorre subito dire che gridare alla profanazione di una chiesa piena di poveri che condividono il pasto è veramente sbagliato. Il sacramento del pane e del vino è strettamente legato al sacramento del bisognoso, e nell’eucaristia non c’è solo il corpo del Signore sull’altare ma anche le sue membra che sono soprattutto sofferenti, poveri, affamati, oppressi. Nella chiesa nata dalla Pentecoste, insieme alla frazione del pane avveniva anche la condivisione dei beni materiali, e se l’Apostolo Paolo censura la comunità di Corinto accusandola di “non celebrare la cena del Signore” (cf. 1Cor 11,20), ciò non è dovuto certamente a mancanza di fede eucaristica o alla presenza di peccatori in seno alla comunità ma al fatto che l’eucaristia veniva pervertita per il mancato riconoscimento del corpo di Cristo nei poveri. Dunque, vi è più profanazione là dove non si dà da mangiare a un affamato che dove si dà da mangiare ai poveri in una chiesa.

Quanto alle testimonianze storiche, occorre essere cauti e leggere con intelligenza le fonti. Abbiamo attestazioni certe e chiare di una cena o di un pranzo a cui partecipano i poveri in una chiesa adibita al culto? È vero, infatti, che sappiamo della celebrazione eucaristica seguita da una cena nelle case (le agapi fraterne), prima della libertà di culto successiva alla pax costantiniana, ma cosa ci dicono i padri in merito alla questione che ci interessa? Giovanni Crisostomo testimonia che nella chiesa i fedeli riuniti, dopo aver ascoltato la parola di Dio, prendevano tutti parte ai santi misteri. Alla fine dell’assemblea, invece di tornare subito a casa, invitavano i poveri e, seduti tutti insieme alla medesima tavola, apparecchiata nella chiesa, mangiavano insieme gli stessi cibi. Così la tavola comune, la santità del luogo e la carità fraterna diventavano per ciascuno fonte inesauribile di gioia e di virtù (cf. In dictum Pauli: “Oportet haereses esse”, PG 51,257). Papa Gregorio Magno ha aperto le porte della chiesa per far mangiare i poveri, certo in una situazione di grande difficoltà per la città di Roma. E Paolino da Nola testimonia che nella basilica di S. Pietro “fu radunata una moltitudine di poveri, i signori delle nostre anime …, una moltitudine di gente misera che fluiva a sciami in grandi schiere fino in fondo all’amplissima basilica del glorioso Pietro”. E poco oltre aggiunge: “Vedo questi poveri riuniti, divisi ordinatamente per tavoli e saziati subito di cibo abbondante, così che ho davanti agli occhi l’abbondanza della benedizione evangelica e l’immagine di quella folla che Cristo stesso, vero pane e pesce di acqua viva, ha saziato con cinque pani e due pesci” (Lettere 13,11, CSEL 29, pp. 92-93).

A prescindere da queste rare testimonianze, i padri ci hanno lasciato l’eredità di una visione dei poveri che per tanto tempo la chiesa non ha certo messo in risalto. Ma oggi che è giunta “l’ora dei poveri” – secondo l’espressione di Giovanni XXIII –, la chiesa, e in particolare papa Francesco, grida profeticamente il Vangelo come bella notizia che ha come primi destinatari i poveri, i quali non solo sono evangelizzati ma possono evangelizzarci. Resta però vero che i pranzi dei poveri in chiesa nella storia sono avvenuti raramente e in situazioni critiche e che presto la chiesa ha dovuto intervenire per vietarli a causa del disordine o della mancanza di discernimento del corpo del Signore. Solo presso i monasteri del deserto abbiamo notizie della celebrazione eucaristica in giorno di sabato e di domenica, seguita da un pasto comune nella chiesa. Si può però anche attestare che nelle chiese ortodosse, in alcune occasioni, alla fine della liturgia eucaristica ancora oggi si mangia insieme in chiesa: certo, non si tratta di un vero e proprio pasto, con una tavola imbandita, ma si condivide mangiando festosamente qualcosa insieme. E tra gli ortodossi nessuno pensa che si tratti di una profanazione!

In ogni caso il sinodo di Laodicea (metà del IV secolo) legifera, al canone 26: “Nelle chiese parrocchiali e nelle altre chiese non bisogna celebrare quelle che vengono definite agapi né mangiare o imbandire un banchetto nella casa di Dio” e lo stesso faranno ancora il III Concilio di Cartagine (397) e il concilio in Trullo (692); l’episcopato africano aveva chiesto che né vescovi né chierici organizzassero banchetti in chiesa, salvo il caso in cui lo si facesse per dar da mangiare a persone di passaggio, non potendo provvedere altrimenti alla loro ospitalità (canone 30, CCSL 149, p. 334, ll. 184-187). Ciò significa perlomeno che tra il IV e il VII secolo la prassi di questi pasti in chiesa è continuata… Solo il disordine e i possibili danni alla comprensione eucaristica del corpo di Cristo hanno indotto a tralasciare ciò che era diventato non più opportuno, non più secondo la táxis, l’ordine liturgico, ma non si parli di profanazione! L’intenzione dell’arcivescovo Matteo Zuppi e l’assenso dato dal papa a questa iniziativa vanno letti con occhio buono, non con occhio malvagio (cf. Mt 20,15; Mc 7,22). Si trattava infatti di manifestare che la chiesa oggi rivive l’invito di Gesù a privilegiare i poveri; che la chiesa oggi sa toccare il corpo di Cristo nella carne dei poveri e dei bisognosi; che la chiesa oggi lascia che alla sua tavola si siedano peccatori, malati, deboli, piccoli… Non dimentichiamo che i profeti hanno severamente richiamato i credenti a non cadere nella schizofrenia tra servizio, culto reso a Dio e servizio reso ai fratelli, perché – come si legge nella Prima lettera di Giovanni – “chi non ama il fratello che vede non può amare Dio che non vede” (1Gv 4,20). Forse, un simile gesto di accoglienza degli ultimi fra le mura di una chiesa potrà “inquietare” le nostre coscienze assopite, di quella salutare inquietudine che nasce da ogni segno profetico; sembra esserci qui perfetta continuità di spirito con quanto la Didascalia degli apostoli, nel III secolo, prescriveva ai vescovi in materia di accoglienza dei poveri all’interno dell’assemblea liturgica: “Se dovesse entrare [in chiesa] un povero, sia esso uomo o donna, di quel luogo o di un’altra comunità, soprattutto se è anziano e non c’è posto per lui, allora tu, o vescovo, con tutto il tuo cuore dovrai provvedere che si trovi un posto per lui, anche qualora tu dovessi sederti per terra” (II,58,6, ed. Funk I, pp. 168, 170).

Alla fine della vita, nel giorno del giudizio, saremo giudicati non su presunte profanazioni sacrali, inventate dagli uomini, ma su gesti e omissioni verso i fratelli e le sorelle nel bisogno, perché il corpo di ciascuno di loro è più santo del tempio di Gerusalemme e di ogni altro tempio o chiesa. Meglio che il popolo del Signore Gesù Cristo comprenda che la chiesa è la casa dei poveri, che l’eucaristia è la cena dei poveri, che condividere il cibo è la beatitudine dei poveri, piuttosto che avere una chiesa preoccupata ossessivamente del culto ma incapace di discernere la presenza dei poveri come sacramento di Cristo.

Pubblicato su: Osservatore Romano