La fede si fa accoglienza e l’accoglienza suscita la fede!

Bartolomeos I Arcivescovo di Costantinopoli e Patriarca ecumenico e fr. Enzo Bianchi
Bartolomeos I Arcivescovo di Costantinopoli e Patriarca ecumenico e fr. Enzo Bianchi

L'Osservatore Romano 7 settembre 2017

di ENZO BIANCHI
in occasione della XXV edizione del Convegno internazionale di spiritualità ortodossa

Un segno dei tempi, un luogo teologico

Noi cristiani, nella storia che è la storia dell’umanità e del mondo, abbiamo un compito preciso da assolvere, un compito assolutamente necessario per nutrire la nostra fede e adempiere alla vocazione ricevuta: leggere i segni dei tempi (tema sul quale si veda l’acuta riflessione del teologo Giuseppe Ruggieri), cioè saper scorgere nelle diverse emergenze e negli eventi la presenza del Signore in mezzo all’umanità, discernendo dunque “il momento della visita” (ho kairós tês episkopês: Lc 19,44).

Proprio questo compito ci induce a comprendere la sacramentalità della presenza di Cristo nella persona umana del povero, dello straniero e del bisognoso, come afferma il Figlio dell’uomo, Gesù stesso, nella pagina del giudizio finale: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40). Dunque per noi cristiani il povero, lo straniero e il bisognoso, prima di essere categorie sociologiche sono categorie teologiche, luoghi che ci permettono di conoscere il Dio vivente e quindi di entrare in comunione con lui. Il nostro rapporto con il povero, lo straniero, il bisognoso non sta solo nello spazio dell’etica, che ci chiede l’osservanza del comandamento dell’amore del prossimo (cf. Mc 12,31 e par.; Mt 19,19; Lv 19,18), ma sta soprattutto nello spazio della rivelazione, perché il nostro Dio si rivela attraverso il povero, lo straniero e il bisognoso e il Signore Gesù Cristo ha voluto identificarsi con questi senza dignità, segnati dalla situazione di bisogno e di sofferenza.

In questa breve relazione vorrei pertanto evidenziare non solo come lo straniero sia destinatario dell’amore, della misericordia e della compassione, ma sia un luogo rivelativo di Dio e di Gesù Cristo. Lo straniero è soggetto di un magistero nel quale Dio stesso parla, è cattedra di insegnamento teologico. Articolerò la mia riflessione in due punti:

1. Il nostro Dio e lo straniero.

2. Gesù Cristo e lo straniero.

Il nostro Dio e lo straniero

Nella ricerca biblica sul tema dello straniero è consueto sottolineare lo statuto dello straniero nella legislazione di Israele, nella quale indubbiamente sono affermati rispetto e protezione, innanzitutto per ragioni culturali comuni all’ambiente mediorientale, che considerava sacra l’ospitalità. In Israele ciò era dovuto anche a ragioni storiche, essendo stato il popolo di Dio “straniero” in Egitto e “nomade” per molte generazioni, nonché a ragioni teologiche, perché Dio veniva confessato come “amante dello straniero” (cf. Dt 10,18).

Ma come già accennavo nell’introduzione, mi pare necessario mettere in evidenza soprattutto la dimensione rivelativa della condizione di stranierità, testimoniata a partire dal libro dell’Esodo. La rivelazione di Dio a Mosè, dunque a Israele come popolo, avviene in un contesto preciso, contrassegnato da stranierità, oppressione e povertà. C’è un’etnia, quella dei figli di Israele, che dimora in Egitto come straniera, subisce oppressioni e persecuzioni, perciò fa salire il lamento, eleva il suo grido:

I figli di Israele gemettero per la loro schiavitù, gridarono
e il loro grido dalla schiavitù salì a Dio.
Allora Dio ascoltò il loro grido,
Dio si ricordò della sua alleanza con Abramo, Isacco e Giacobbe.
Dio vide la condizione dei figli di Israele,
Dio conobbe (Es  2,23-25).

In risposta, Dio si rivela come colui che ascolta il grido e conosce (verbo jada‘), cioè penetra il bisogno umano e se ne prende cura nel suo amore. I rabbini sottolineano con finezza che quel gemito non è preghiera, non è rivolto in primo luogo a Dio, ma è un gemito umano di sofferenza. Ebbene, proprio a questo gemito il Signore risponde, perché ascolta il bisogno e la sofferenza, e di conseguenza interviene nella storia con una conoscenza che è una “presa in cura”, che è amore efficace.

Questi tre versetti dell’Esodo ci presentano il nostro Dio come colui che vede, ascolta, conosce fino a percepire la sofferenza, fino alla com-passione, che da sentimento diventa azione nella storia. Per questo, nella rivelazione del roveto ardente a Mosè il Signore ribadisce:

Ho visto la miseria del mio popolo in Egitto,
ho ascoltato il suo grido a causa dei suoi aguzzini:
conosco le sue sofferenze,
sono sceso per liberarlo (Es 3,7-8).

La rivelazione, l’alzare il velo che nasconde, è evento legato al gemito, al grido dello straniero! Non nello spazio della natura, non in luoghi epifanici, dove accade il fascinosum e il tremendum, ma nello spazio aperto dal grido del povero e dello straniero: qui Dio appare all’essere umano e l’essere umano incontra Dio. Questa immagine del Dio che si china con compassione e “discende” sulla terra, nella storia, tra gli uomini, resta la prima, indelebile immagine del nostro Dio che viene a generare un popolo e lo chiama, dalla sua condizione di massa di schiavi e stranieri, a fare alleanza con lui. Potremmo osare anche di più: scegliendo di scendere e dimorare in mezzo a stranieri, Dio in certa misura si fa straniero tra stranieri sulla terra, come la tradizione ebraica chassidica ha interpretato un’affermazione del salmo 119 (“Io sono uno straniero sulla terra”: v. 19). Dio come straniero e perciò rifiutato, fino ad andare in esilio con il suo popolo a Babilonia (cf. Ez 10,18-22)…

Accanto a questa rivelazione del Dio dei poveri e degli stranieri, va necessariamente colta quella del Dio ospitante. Dio discende e si pone dalla parte degli stranieri per liberarli e donare loro “una terra dove scorrono latte e miele” (Es 3,8.17; 13,5; 33,3, ecc.), ma questa terra è sua. “Mia è la terra e voi siete stranieri e inquilini (gherim we-toshavim; cf. 1Pt 2,11: pároikoi kaì parepídemoi)” (Lv 25,23). Israele riceve la terra da Dio e perciò non può possederla ma solo accoglierla come dono, nella consapevolezza di essere ospitato da Dio stesso, senza averla perciò in proprietà, senza farne un luogo di cittadinanza. Questo per Israele è “un modo di stare al mondo” diverso da quello di tutti gli altri popoli, è un modo altro che rende Israele altro, santo-distinto (qadosh), come Dio è santo: “Siate santi perché io, il Signore Dio vostro, sono santo” (Lv 19,2; cf. 11,44-45; 20,7, ecc.; 1Pt 1,15-16); santi accogliendo, per esempio, la dinamica del sabato, giorno distinto dagli altri e perciò santo.

Al cuore della “legge di santità” ecco allora risuonare il comando:

Quando si troverà a dimorare con te uno straniero nel vostro paese, voi non vi approfitterete di lui: come un nativo del paese sarà per voi lo straniero che dimora con voi; tu l’amerai come te stesso, poiché siete stati stranieri in terra d’Egitto. Io sono il Signore vostro Dio (Lv 19,33-34).

Dio veglia sullo straniero, chiede che sia riconosciuto e rispettato nei suoi diritti come un figlio d’Israele e che sia amato come si ama se stessi: allo straniero va lo stesso amore riservato al prossimo (cf. Lv 19,18)! Così Israele non dimentica il proprio status di straniero e schiavo in Egitto, di liberato dal Signore, e ricorda che il possesso della terra in cui risiede è solo conseguenza del dono di Dio. Ospite sulla terra, ospitato da Dio, Israele è chiamato a ospitare a sua volta lo straniero. E la benedizione di Dio sarà connessa proprio all’amore che Israele saprà vivere nei confronti dello straniero (cf. Lv 14,28-29; 24,19-22). Israele è chiamato da Dio a entrare in un rapporto di responsabilità radicale verso lo straniero, perché il comando dell’”amare l’altro come se stesso” indica la pienezza dell’accoglienza, l’uguaglianza di diritti: “una sola legge per lo straniero e per voi, poiché io sono il Signore, vostro Dio” (cf. Lv 24,22).

Questo amore, da intendersi in senso non affettivo ma effettivo, ha motivazioni non sociali, non economiche, ma teologiche: “Io sono il Signore, vostro Dio” (Lv 19,10.18.34). Questo amore nasce da una cultura della memoria, memoria di aver vissuto la sofferenza, memoria che può liberare dalla coazione a ripetere, dalla tentazione di ripercuotere su altri la violenza subita. Chi è stato escluso e oppresso, conservando la memoria della sofferenza vissuta combatta ogni esclusione, a cominciare da quella dello straniero immigrato. Se invece tale esclusione viene ripetuta e perpetrata, ciò significherà non solo dimenticare la propria umanità ma, per Israele, misconoscere Dio stesso!

Gesù Cristo e lo straniero

Se la condizione di povertà e di stranierità è stata un “luogo teologico” nella rivelazione di Dio, tanto più diventa necessaria per la rivelazione del Dio fatto carne in Gesù Cristo. L’evento in cui Dio si fa conoscere come carne (sárx: Gv 1,14) in mezzo agli uomini, nel mondo, è reso possibile in una dinamica di spogliazione di colui che, “essendo in condizione di Dio …, svuotò se stesso assumendo la condizione di schiavo” (Fil 2,6-7), dunque estraniandosi dalla condizione divina per incontrare l’essere umano. Tale scelta incontra però l’estraneità da parte degli umani, “i suoi” che “non l’hanno accolto” (Gv 1,11). Non è un caso che la nascita di Gesù a Betlemme avvenga proprio nel segno del dramma dell’ospitalità – “non c’era posto per loro nel caravanserraglio” (Lc 2,7) – e che egli sia dunque costretto a venire al mondo per strada, in una stalla, deposto poi in una mangiatoia. E come dimenticare che Gesù dovrà ben presto conoscere la condizione di esiliato in terra d’Egitto, a causa della persecuzione da parte di uno dei potenti di questo mondo (cf. Mt 2,13-15)?

Ma è soprattutto nel quarto vangelo che la stranierità di Gesù rispetto a coloro in mezzo ai quali vive assurge al rango di categoria rivelativa. Chi è lo straniero? È colui sul quale ci si pone la domanda: “Da dove viene?”. Ebbene, tale interrogativo attraversa tutto il vangelo secondo Giovanni: da dove viene Gesù? I suoi interlocutori dicono che viene da Nazaret (cf. Gv 1,45-46), dalla Galilea (cf. Gv 7,41) e credono di conoscere la sua famiglia (cf. Gv 6,42), ma Gesù in verità viene dal cielo (cf. Gv 3,31), dall’alto (cf. Gv 3,31; 8,23), dal Padre (cf. Gv 16,28), da Dio (cf. Gv 16,30). Gesù è uno straniero, se è vero che sta scritto che “non comprendevano il suo linguaggio” (cf. Gv 8,43). Ecco la stranierità di Gesù come luogo di rivelazione, di fronte al quale “i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio” (Gv 1,11-12).

Ma l’immagine più evidente di Gesù quale straniero appare nel vangelo secondo Luca, nel racconto dell’incontro con i due discepoli incamminati verso Emmaus (cf. Lc 24,13-35). Dopo l’uccisione e la sepoltura di Gesù, “profeta potente in opere e in parole” (Lc 24,19), come alla fine di una storia due suoi discepoli abbandonano Gerusalemme e la comunità per dirigersi verso il villaggio di Emmaus. Mentre costoro discutono animatamente, Gesù si accosta, cammina con loro come uno sconosciuto e appare ai due come uno straniero che non conosce nulla di ciò che è avvenuto (cf. Lc 24,18). Poi, improvvisamente, lo sconosciuto-straniero risponde rivelando la necessitas di quella morte, ma anche questa esegesi non svela la sua identità. Giunti a destinazione, egli sembra voler continuare il suo cammino, ma vista la notte ormai vicina i due gli chiedono di restare con loro. E il racconto sfocia in questo celebre quadro:

Quando fu a tavola con loro, prese il pane, pronunciò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista (Lc 24,30-31).

È significativo che il riconoscimento del Risorto vivente non avvenga su un piano intellettuale, solo mediante la spiegazione delle Scritture, che peraltro faceva ardere il cuore dei suoi compagni di cammino (cf. Lc 24,32), ma a tavola, nella condivisione del cibo, e soprattutto alla vista del suo gesto dello spezzare il pane (klásis toû ártou: Lc 24,35; At 2,42), in una vera pratica di ospitalità che i discepoli avevano imparato stando con Gesù. Lo straniero si fa riconoscere come Gesù risorto: ecco una volta di più la stranierità, la paroikía come luogo di rivelazione. Nel volto dello sconosciuto, dello straniero, dell’altro è rintracciabile il volto del Cristo vivente.

Proprio per aver vissuto questa condizione di stranierità e di spogliazione, secondo la testimonianza concorde e polifonica dei vangeli Gesù sa vedere anche al di là delle barriere costruite in nome della purità e regolate dalla Torah. Per questo, incontrando uno straniero come il centurione romano, può discernere in lui una fede trovata presso nessuno in Israele (cf. Mt 8,10; Lc 7,9) e dedurre che al banchetto messianico prenderanno parte anche stranieri venuti dall’oriente e dall’occidente, mentre alcuni eredi del Regno di diritto resteranno nelle tenebre, fuori (cf. Mt 8,1-12; Lc 13,28-29)! In questo incontro di Gesù con il centurione vi è la rivelazione che non è l’appartenenza religiosa a introdurre nel Regno, ma l’autenticità, la sincerità della fiducia personale.

Anche l’incontro di Gesù con una donna cananea, siro-fenicia, avvenuto in terra straniera, è molto significativo (cf. Mc 7,24-30; Mt 15,21-28). Egli sa che la sua missione è rivolta alle “pecore perdute della casa d’Israele” (Mt 15,24), che deve adempiere la promessa di Dio fatta ai padri, ma l’ascolto di quella straniera, che testardamente chiede la guarigione della figlia e mostra fiducia nella misericordia di Dio, suscita in lui il grido: “Donna, la tua fede è grande!” (Mt 15,28). In tal modo, Gesù comprende e annuncia una volta di più che la grandezza della fede non dipende da confini confessionali, dalle frontiere tracciate dalle dottrine. La cananea è veramente straniera, non avrebbe nessun diritto di ricevere il dono del pane del Regno, ma di fatto costringe Gesù a mutare atteggiamento e a donare gratuitamente ciò che era venuto a portare come salvezza.

Non si dimentichi neppure l’episodio della samaritana narrato dal quarto vangelo (cf. Gv 4,1-42). Questa donna straniera, con una vita certamente non conforme alla Legge, dà a Gesù l’opportunità di rivelare che ormai l’incontro con Dio non avviene nel tempio di Gerusalemme, né sulla montagna di Samaria, ma nello Spirito santo e nella Verità che è lo stesso Gesù Cristo (cf. Gv 4,21-24). Ecco dove cadono le barriere che definiscono lo spazio della stranierità: nell’esperienza che lo Spirito santo concede, trascendendo le frontiere tracciate dai culti e dalle credenze religiose.

Alla luce dell’itinerario percorso, comprendiamo bene l’affresco del giudizio finale, del giorno del Signore (cf. Mt 25,31-46). Quando il Figlio dell’uomo verrà nella gloria, la rivelazione finale e definitiva mostrerà che lui stesso nella storia è stato l’affamato, l’assetato, lo straniero, il malato, il prigioniero che ogni uomo ha incontrato, restandogli indifferente oppure esercitando nei suoi confronti misericordia. Su questa scelta ognuno di noi sarà giudicato, questo l’ultimo esame della vita cristiana. C’è una sacramentalità esistenziale del Signore Gesù Cristo che purtroppo noi dimentichiamo, mentre affermiamo con forza e fede la sua sacramentalità liturgica. Ma questa è schizofrenia spirituale che può essere causata solo da un cuore malato di sclerocardia e diventato purtroppo insensibile alla parola di Dio e all’immagine di Dio presente nell’essere umano.

Conclusione

Nell’evento dell’accoglienza dello straniero può avvenire l’incontro con Cristo e nella condizione teologica della stranierità possiamo conoscere più profondamente, in una vera e propria sovraconoscenza (epígnosis), il volto di Dio. Questo il fondamento teologico della nostra azione in favore degli stranieri. Come ricorda l’autore della Lettera agli Ebrei, “alcuni, praticando l’ospitalità, senza saperlo hanno accolto degli angeli” (Eb 13,2), hanno accolto Dio stesso (cf. Gen 18,1-16). L’orizzonte escatologico che Gesù ha tracciato, l’orizzonte del giorno del Signore, deve essere costantemente ricordato, perché l’incontro con Dio e la comunione con lui qui sulla terra sono la nostra vita e la nostra salvezza eterne. L’accoglienza, l’ospitalità verso gli stranieri è uno dei parametri del giudizio finale. L’altro, il radicalmente altro da me, che era lontano e ora mi è vicino, prossimo, è rivelazione del Dio vivente, è sacramento di Cristo.

Scriveva Clemente di Roma alla fine del I secolo d.C.: “Per la sua fede e la sua ospitalità (philoxenía) ad Abramo fu donato in vecchiaia un figlio” (Prima lettera ai Corinzi 10,7; cf. anche 11,1; 12,1). Questa associazione tra fede e ospitalità può sembrare ardita, ma di fatto svela che fede e accoglienza sono due facce della stessa medaglia. La fede si fa accoglienza e l’accoglienza suscita la fede!

Pubblicato su: Osservatore Romano