Con occhio cristiano

Rodin, Il pensatore
Rodin, Il pensatore

Pubblichiamo integralmente l’intervento tenuto dal fondatore della Comunità di Bose presso la Pontificia università Urbaniana dal titolo «Per un discernimento cristiano nella storia: criteri e prospettive» nell’ambito del convegno internazionale dedicato al discernimento nella vita della Chiesa. L’Osservatore Romano ne ha pubblicamo ampi stralci.

Osservatore Romano
15 marzo 2017
di ENZO BIANCHI

Introduzione

In questi quattro anni di pontificato papa Francesco nel suo insegnamento, dalle meditazioni quotidiane a S. Marta alle diverse forme di esortazione alla chiesa universale, fa riferimento al “discernimento”, al “discernere”, indicandolo come l’operazione più urgente nella vita della chiesa, che dovrebbe essere conosciuta ed esperita sia dal singolo fedele battezzato sia dalla comunità cristiana nel suo insieme, dal popolo di Dio. Per fare solo un esempio, nell’incontro con i parroci di Roma del 2 marzo scorso, il papa ha usato ben 30 volte la parola “discernimento/discernere”. Credo che sia soprattutto l’affermarsi di questa terminologia, unitamente al fatto che il discernimento è stato scelto da Francesco come argomento del prossimo Sinodo ordinario dei vescovi (2018), ad aver fornito la spinta propulsiva per questo convegno, in cui la ricerca sul tema viene articolata a livello biblico e teologico.

A me è stato assegnato come titolo dell’intervento: “Per un discernimento cristiano della storia: criteri e prospettive”. Con semplicità, ma anche consapevole della mia inadeguatezza, vi offro dunque le mie considerazioni su questo tema. Non sono infatti un teologo accademico, sono piuttosto un biblista ma soprattutto un monaco addossato al deserto, ai margini della chiesa, attualmente sofferente per il cono d’ombra in cui il monachesimo è stato confinato dalla chiesa, eppure convinto della posizione di frontiera e del servizio di sentinella (cf. Is 21,11-12; 62,6-7) che la vocazione ricevuta mi assegna. Non posso non ricordare, a questo proposito, la corrispondenza epistolare tra il monaco Thomas Merton e papa Giovanni. Il monaco trappista americano scrisse al papa diverse lettere, nelle quali tentava di leggere e interpretare la storia. In una di queste affermava: “Santissimo padre, con queste parole vorrei offrirvi, come un monaco che si nutre di silenzio e di assiduità alle sante Scritture, una lettura contemplativa della storia che viviamo”.

Ecco, io credo che questa operazione di discernimento cristiano della storia sia da assumere come un impegno da parte di differenti soggetti nella chiesa, al fine di poter

ascoltare ciò che lo Spirito dice oggi alle chiese” (cf. Ap 2,7.11.17.29;3,6.13.22);
riconoscere la fedeltà dell’azione di Dio nel presente;
e quindi annunciare i magnalia Dei, riconoscendo che “il suo amore è per sempre” (Sal 136 passim).

L’operazione del discernimento

L’operazione del discernimento è un’esperienza antropologica universale e il mito di Ercole al bivio, invitato a scegliere il proprio cammino, resta ancora archetipica ed eloquente. Il terrestre (adam) appare fin da subito (cf. Gen 3,1-7), dunque per sempre, chiamato alla scelta tra il bene e il male, tra la vita e la morte, tra l’obbedienza al suo Signore e il rigetto della sua volontà. All’adam spetta la responsabilità del discernimento. E tra le diverse forme di discernimento si impone anche la lettura della storia, del cammino dell’umanità nel tempo.

Anch’io, come alcuni di quelli che mi hanno preceduto, devo fare riferimento a qualche testo evangelico ispirante per la nostra riflessione. Si legge nel vangelo secondo Matteo:

Si avvicinarono a Gesù i farisei e i sadducei per metterlo alla prova e gli chiesero che mostrasse loro un segno dal cielo. Egli allora, rispondendo, disse loro: “Quando si fa sera, voi dite: ‘Sarà bel tempo, perché il cielo rosseggia’; e al mattino: ‘Oggi burrasca, perché il cielo è rosso cupo’. Sapete dunque giudicare (diakrínein) l’aspetto del cielo, ma non siete capaci (di interpretare) i segni dei tempi (tà semeîa tôn kairôn)? Una generazione malvagia e adultera cerca un segno! Ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona” (Mt 16,1-4).

In Luca si registra una variante nelle parole di Gesù, rivolte alla folle: “Ipocriti! Sapete discernere (dokimázein) l’aspetto della terra e del cielo; come mai questo tempo non lo sapete discernere (dokimázein)?” (Lc 12,56). Gesù invita dunque, con una punta di rimprovero, a leggere i segni dei tempi, a valutare questo tempo, e a compiere tale operazione nello spazio della fede, in vista del riconoscimento della sua persona, della sua presenza, della sua identità in mezzo all’umanità e in quell’ora precisa della storia.

Ciò che infatti è decisivo per ogni discernimento cristiano della storia è la consapevolezza che Gesù Cristo è il segno per eccellenza, il grande segno dato da Dio. Non a caso, fin dal suo dal suo venire al mondo Gesù è definito dal vecchio profeta Simoene come “segno di contraddizione/contraddetto (semeîon antilegómenon), per la caduta e la risurrezione delle moltitudini” (Lc 2,34). E alla morte apparirà ancora come segno contraddetto, “pietra rigettata (verbo apodokimázein) dai costruttori, ma divenuta testata d’angolo” (Lc 20,17 e par.; Sal 118,22; cf. 1Pt 2,6-8) per opera di Dio. Gesù Cristo è il segno dato da Dio, indicato metaforicamente con l’espressione “segno di Giona” (Mt 12,29; 16,4; Lc 11,29), l’unico segno dato a una generazione malvagia e adultera. L’evento della morte e resurrezione di Gesù, evento nella storia, evento umano, umanissimo – come lo definisce il teologo Joseph Moingt – deve essere letto come segno del tempo del compimento; e a sua volta “il tempo” del compimento, “della visita” (ho kairòs tês episkopês: Lc 19,44), deve essere riconosciuto come il tempo opportuno, il tempo della salvezza.

Questo è l’inizio della lettura cristiana della storia: Gesù il Nazareno, il figlio di Giuseppe e di Maria, che è nato, è vissuto ed è morto crocifisso, è il segno ultimo e definitivo dato da Dio all’umanità, è la narrazione, la spiegazione, l’exeghésato (Gv 1,18) del Dio che nessuno ha visto né contemplato, né mai potrà vedere al di qua della morte (cf. anche 1Tm 6,16). O c’è questo discernimento di Gesù Cristo quale Kýrios, Signore del tempo, quale Alfa e Omega della creazione, oppure non si può discernere con occhio cristiano, o meglio evangelico, conforme al Vangelo, la storia in cui siamo immersi. Solo se c’è questa adesione salda, umile e obbediente al Vangelo che è Gesù Cristo, noi possiamo esercitare il dono del discernimento nel quotidiano, come operazione di scelta di atteggiamenti e di stili. Se invece non siamo abilitati al discernimento di Cristo, per l’azione dello Spirito santo, allora non saremo capaci di discernere e giudicare da noi stessi ciò che è giusto.

Non va assolutamente dimenticato – per questo lo ripeto, servendomi della meditazione paolina in 1Cor 1,18-25 – che il segno per eccellenza, Gesù Cristo, è segno di contraddizione che risponde ed è conforme alla “sapienza di Dio” (sophía toû theoû: 1Cor 1,21.24) e non alla “sapienza mondana” (sophía toû kósmou: 1Cor 1,20). Può apparire stoltezza, follia, nel suo aspetto di scandalo, e perciò essere inciampo per la “sapienza dei saggi” (sophía tôn sophôn: 1Cor 1,19; Is 29,14). Nessuna visione ottimista dei segni dei tempi, dunque, ma una chiaroveggenza profetica, una capacità ermeneutica della fede, un coinvolgimento di tutta la persona del discepolo nella vita Jesu.

La lettura della storia

Non c’è che una storia, quella comune a tutta l’umanità, e la storia della salvezza non è qualcosa che le sta accanto, o dentro, o al di sopra, ma è la lettura di essa che il credente può fare per fede. Il capitolo undicesimo della Lettera agli Ebrei ci testimonia come sia possibile un’ermeneutica della fede, una lettura cristiana della storia, dichiarando che i chiamati del popolo di Dio sono stati resi testimoni e interpreti della storia di salvezza “per fede” (pístei, espressione attestata 18 volte in questo capitolo): “per fede Abramo, chiamato da Dio, partì … Per fede soggiornò come forestiero nella terra promessa … Per fede offrì Isacco” (Eb 11,8.9.19)”. Sì, per fede, nella fede, attraverso la fede si possono leggere i segni dei tempi, si può discernere il tempo favorevole, si può interpretare la storia da credenti in Cristo.

Ma in verità tutte le letture della storia contenute nelle sante Scritture ci indicano i momenti essenziali del discernimento. Prendiamo solo come esempio l’esodo, il fondamento della fede di Israele. Nella storia c’è un migrare di popoli, di schiavi, è in atto un cammino di liberazione: siamo in presenza di un grido, di un gemito che sale dall’alienazione della schiavitù e, insieme, di un cammino di libertà. Israele conosce questo evento di liberazione, questo passaggio, e di tale avvenimento prende consapevolezza, operando un’interpretazione che lo porta a proclamare l’azione di salvezza del Signore. Nella storia si registra questo evento: “I figli di Israele partirono da Ramses alla volta di Sukkot, in numero di seicentomila uomini capaci di camminare, senza contare i bambini. Inoltre una grande massa di gente promiscua partì con loro e insieme greggi e armenti in gran numero” (Es 12,37-38). Ma la lettura nella fede, l’interpretazione, abilita a proclamare: “In quel giorno il Signore fece uscire i figli di Israele dal paese di Egitto” (Es 12,51). Dal qal all’hiphil! I figli di Israele, prendendo coscienza dell’evento storico, giungono a leggerlo come evento di salvezza e per questo lo celebreranno nella fede con “la cantica del mare” (cf. Es 15,1-21) e poi con la festa di Pasqua. Ecco tracciato il cammino del discernimento della storia, una costante in tutte le Scritture fino alla lettura pasquale della morte e resurrezione di Gesù (cf. soprattutto Lc 24), un paradigma valido ancora oggi:

lettura dell’evento
interpretazione nella fede dell’evento
celebrazione dell’evento nella liturgia.

Si faccia attenzione: non c’è stata e non c’è una “storia santa”, ma la storia umana letta nella fede. Ecco perché, quando questa lettura nella fede non riconosce più la storia umana ma se ne impadronisce, “sequestrandola” come propria, mediante la categoria dell’elezione escludente, allora attraverso il profeta Dio avverte:

Non siete voi per me come gli Etiopi,
figli d’Israele?
Oracolo del Signore.
Non sono io che ho fatto fare esodo
a Israele dal paese d’Egitto,
ai Filistei da Caftor
e agli Aramei da Kir? (Am  9,7).

C’è la storia, un’unica storia dell’umanità, ma il credente è reso capace, grazie alla fede, di una sua lettura più profonda, che scorga l’azione di salvezza di Dio dove gli altri non la vedono.

Da queste brevi note emerge con chiarezza che la lettura cristiana della storia è sempre pratica, profetica: occorre infatti ricevere in dono lo sguardo di Dio, uno sguardo apocalittico, che sa alzare il velo e fare discernimento in verità sotto la scorza dura e sovente ambigua della quale sono rivestiti gli eventi della storia. Acquisire la prospettiva di Dio, quella che vede l’avvenire del suo Regno nell’opacità del tempo e degli eventi, è operazione che si situa nell’economia del dono; e non si dimentichi che il dono è fatto a chi è reso conforme al pensare e al sentire (phroneîn) che fu in Cristo Gesù (cf. Fil 2,5), perché solo così si partecipa alla koinonía, alla comunione con lui. È così che lo sguardo del credente accoglie il male e il bene, la morte e la vita, la gioia e la fatica, e sa leggere tutto nell’ottica dell’onnipotenza dell’amore di Dio, del suo amore viscerale, della sua compassionevole misericordia. Solo in questa prospettiva l’abbassamento, la kénosis concreta nella storia del Figlio di Dio, fino alla sua ignominiosa morte in croce (cf. Fil 2,6-8), può essere letta dal quarto vangelo come gloria e innalzamento (cf. Gv 3,14; 8,28; 12,32; cf. anche Fil 2,9-11). Solo in questa prospettiva, dove vediamo il peccato che abbonda, possiamo intravedere la grazia che sovrabbonda (cf. Rm 5,20).

La storia diventa dunque rivelazione e salvezza, e la parola di Dio che fa la sua corsa nel mondo (cf. 2Ts 3,1) si accresce proprio grazie alla storia e diventa sovraconoscenza (epígnosis) del mistero donata al discepolo. Insomma, il discernimento cristiano della storia non è tanto quello affidato ai racconti, alla Scrittura, e quindi depositato nei libri, ma è quello vissuto da chi ha sperimentato nella sua carne la sequentia sancti Evangelii, la sequela di Cristo (fino a diventare, per grazia, una “pagina di Vangelo” nella sua vita); da chi, resosi sempre più conforme all’uomo Gesù, è stato testimone della presenza di Dio tra i suoi fratelli e le sorelle. I santi, quali Francesco d’Assisi, Caterina da Siena, o, più recentemente Dietrich Bonhoeffer, Thomas Merton, Oscar Romero…, hanno saputo fare una lettura cristiana della storia discernendo i segni del regno di Dio nei poveri, nei perseguitati, nei sofferenti, cioè in quelli che Gesù ha chiamato “Beati” (cf. Mt 5,1-12) in quanto veri segni, nella storia, del regno di Dio veniente. Il loro sguardo liberato da se stessi e da ogni preoccupazione autoreferenziale, liberato dal peso di ogni potere religioso o mondano, li abilitava a discernere e indicare i luoghi e i tempi nei quali Dio dona ancora alla sua comunità la sua parola.

Non voglio qui fare troppi riferimenti agli inviti in questo senso che papa Francesco rivolge costantemente alla chiesa. Ma certo sono inviti preziosi, inviti al discernimento, non in vista dell’acquisizione di una santità ascetica, bensì di una santità che sappia contaminarsi con l’umanità, incontrandosi e scontrandosi con il suo peccato. O la chiesa sa discernere coloro per i quali Gesù è venuto nel mondo, i poveri e i peccatori, oppure non sa nemmeno come collocarsi nella storia di salvezza: altro che farne una lettura cristiana…

Conclusione: la luce della parola di Dio contenuta nelle Scritture

Se “l’economia della rivelazione avviene con eventi e parole tra loro intimamente connessi” (Haec revelationis oeconomia fit gestis verbisque intrinsece inter se connexis: Dei Verbum 2), allora la lettura cristiana della storia deve saper leggere eventi e linguaggi come gesta e verba, cioè dotati di un significato nella storia della salvezza. “Tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e compimento della fede (tês písteos archegòs kaì teleiotés)” (Eb 12,2), predisponendo tutto affinché la parola del Signore contenuta nelle Scritture sia lampada ai nostri passi (cf. Sal 119,105), potremo tentare con molta umiltà, ma anche con la parrhesía che viene dalla fede e dallo Spirito santo, la lettura cristiana della storia, del nostro oggi come oggi di Dio.

L’assiduità alle Scritture e alla lettura-ascolto della Parola sono certamente condizione necessaria per leggere i segni dei tempi e il cammino nella storia delle comunità dei credenti nella compagnia degli uomini.
“Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza” (2Cor 6,2);
“oggi, se ascoltiamo la sua voce,non induriamo i nostri cuori” (cf. Eb 3,7-8; Sal 95,7-8);
“oggi si può ancora dire ‘oggi’” (cf. Eb 3,13),

perché Dio è presente, parla, opera nella storia umana che noi, come chiesa del Signore, dobbiamo interpretare. Il Regno come lievito lavora nella storia in modo nascosto ma leggibile dagli occhi della fede, lievito che si esprime con domande, ispirazioni, ricerche da parte dell’umanità così plurale e così diversa. La chiesa si eserciti in questo discernimento, mettendosi soprattutto in ascolto della Parola, come il Servo del Signore iniziato e discepolo (cf. Is 50,4), ma anche in ascolto dell’umanità tutta, senza paure, senza remore e senza evasioni dalla storia.

Pubblicato su: Osservatore Romano