Dal Salone del libro … letture con l’autore

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Quando mio nonno arrivò all’inverno della sua vita e io a questa estate declinante, in questo autunno della mia, in un settembre ancora soleggiato dove bisogna affrettarsi a raccogliere i frutti prima che cadano e vadano persi, ho avuto l’idea – ho finalmente avuto l’idea – di chiedergli quale fosse la natura di quel blocco di ghisa che aveva pesato su di noi, quale fosse la natura della sua fede, quale la natura di ciò in cui credeva …

La fede? È un modo diretto di capire, va dritto al senso profondo delle cose, è la rivelazione dei fini ultimi dell’universo. Non è in contraddizione con la scienza, è meglio, è più grande: va più veloce. Tutto è detto nella Bibbia, e la scienza lo scopre lentamente. Perché ho letto il tuo articolo, mi disse. E non sono d’accordo. In effetti avevo pubblicato un testo, che gli era stato inviato, nel quale tra l’altro affermavo che scienza e fede non avevano nulla da dirsi talmente vivevano in spazi differenti, che tra loro non era possibile alcun dialogo, non per ostilità ma per mancanza di linguaggio e di oggetto comuni. Non sono per nulla d’accordo, ripeté con un sorriso sottile, il sorriso allusivo di chi sa e sta per rivelarlo a chi ancora lo ignora. La fede è una scorciatoia, mi disse, e la scienza corre dietro, ma vanno nello stesso posto. La fede conduce di colpo al sapere definitivo, alla certezza immediata e assoluta, mentre la scienza lentamente si dà da fare ad assembleare dei pezzetti per giungere allo stesso scopo, ottenendolo dopo secoli e molte vite, mentre la fede permette a ciascuno di arrivarci nello spazio di una vita, alla fine, al momento supremo del passaggio, al prezzo di un lavoro interiore pazientemente perseguito.

Ho avuto la fede da sempre, mi disse ancora, e non ho mai avuto buchi. Ho pensato che volesse dire dubbi, quindi non gli ho chiesto precisazioni. E poi, continuò, ho cercato di sapere: a un certo punto ho deciso di non credere più, e ho avvertito un vuoto spaventoso. Mi sono affrettato a credere di nuovo. Non ero sicuro di capire come si potesse perdere e ritrovare la fede cosi, a piacimento, ma adesso ero sicuro che non aveva voluto dire dubbio ma proprio buco: qualcosa di cosi abissale, di così vuoto, di così spaventoso che il semplice contemplarlo avrebbe fatto tremare tutta la sua visione del mondo, avrebbe rimesso in discussione il posto stesso che vi occupava, e di colpo avrebbe rafforzato la sua fede, fede concepita come garanzia. Ma in questo lo capivo benissimo, perché anch’io ho avuto paura del vuoto e so che la paura del vuoto è una paura particolarissima, che trascina tutto l’essere senza che si possa far nulla perché modifica l’equilibrio intimo e di conseguenza impedisce di ragionare.

Mi ricordò anche un altro articolo che avevo scritto, dal titolo “La vita si rinnova”, il cui contenuto non diceva più del titolo, ma è già molto se lo si considera in generale. E sempre con quel sottile sorriso allusivo proprio di chi sa, mi fece notare che se è vero che la vita si rinnova, avevo tralasciato di precisare che alla fine, in un ultimo ciclo, come per una fuga, cessa di rinnovarsi e diventa eterna e allora non si spegne mai più.

Mi parlava di una luce che non si spegne più nel momento in cui gli occhi si chiudono, un momento di cui preparava la venuta da sempre, durante tutta la sua vita, e ora non faceva nient’altro, preoccupandosi di chiudere gli occhi, ritenendo di non essere ancora abbastanza pronto per chiuderli, di dover ancora studiare, meditare prima di lanciarsi con quell’apprensione che si ha giocando a carta-forbice-sasso appena prima di mostrare la propria scelta, sperando che sia la scelta giusta di fronte alla scelta dell’Altro, che non si conosce. Si può studiare e meditare a lungo per tentare di conoscerla e, non appena si è sicuri, non appena si sa, subito lanciarsi. Ma non era ancora pronto. Lavorava ancora.

Alexis Jenni, Il volto di tutti i volti. La fede cristiana ridetta altrimenti