Cristo servo dei deboli peccatori

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Il peccato disgrega la volontà, deturpa la personalità e scioglie la consistenza dell’anima: non siamo più in grado di resistere alla tirannia del vizio e alla lusinga del peccato. Infatti, come il topolino cade sotto gli artigli del gatto non appena viene sorpreso, così la forza del peccatore si dissolve al minimo cedimento al vizio; e come il cuore dell’antilope si arresta alla vista del leone ed essa cade morta tra le sue zampe, così il peccatore si consegna ai pensieri cattivi.

Ogni volta che decide di resistere cade, ogni volta che promette di non ripetere l’errore lo ripete, non avendo più fiducia in se stesso. La sua capacità di fare il bene diventa tale che lui stesso la guarda con disprezzo, come si guarda un vaso rotto, da gettare. La sua speranza in Dio svanisce e ogni sua risorsa in questo senso si dissolve e diventa come pula dispersa dal vento, come uno che non ha speranza al mondo.    È così che a volte il nemico si attacca all’anima e la lega con la paura – paura del peccato stesso – e la trascina come vuole da un peccato all’altro. L’anima, incapace di sollevare qualsiasi obiezione, lo segue con una volontà ormai orfana, con un onore decaduto, con sentimenti feriti e con una coscienza turbata, senza più la forza di rialzarsi né il piacere di cadere.

Ma Dio conosce veramente quel che accade al peccatore in preda a una simile pena e angoscia? Per avere una risposta a questo interrogativo sentiamo Cristo che dice: “Lo spirito è pronto, ma la carne è debole” (Mt 26,41). “Donna ... nessuno ti ha condannata? ... Neanch’io ti condanno, va’ e d’ora in poi non peccare più” (Gv 8,10-11). “Vuoi essere guarito?” (Gv 5,6).

La nostra debolezza e la nostra miseria erano note a Cristo dall’eternità, ed egli è venuto di persona a mettersi al servizio dei peccatori deboli e sconfitti. Ha posto il suo Spirito santo a guardia della loro anima, lavorando giorno e notte per scacciare il terrore e la paura dai cuori dei peccatori e trasformare i loro cuori nel tempio della sua dimora.

Un solo sguardo a Cristo fece superare a Pietro la propria debolezza e la sconfitta subìta davanti a servi e domestiche, gli fece riprendere coraggio e riacquistare la volontà, che si era frantumata come un vaso d’argilla al punto che la sua anima si era dissolta di fronte alla minaccia. Nello sguardo di Cristo, Pietro trovò la forza del pentimento, grazie al quale recuperò la propria integrità.

Cristo si sta ancora aggirando in mezzo ai peccatori, guarendo ogni debolezza e ogni infermità dell’anima. Lo Spirito santo è sempre pronto a inondare con la forza che viene dall’alto chi vacilla. La grazia è presente ogni giorno per dare saldezza alle mani tremanti e alle ginocchia fiacche. E l’amore di Cristo, quando arde in un petto contrito, trasforma il cuore di un codardo in quello di un martire. Quante volte il pentimento ha trasformato la debolezza, la sconfitta e la resa in testimonianza che afferma e proclama la verità dell’evangelo! Il ricordo dei precedenti orrori dell’anima, della sua disperazione e fallimento sono trasformati in testimonianza della misericordia di Cristo. Lo sgomento quale forza motrice del peccato e del vizio si dissolve in fumo, e la servile sottomissione al richiamo della compagnia del male diventa avvertimento e proclamazione.

In questo modo il peccatore si scrolla di dosso l’immagine di corruzione e viene rivestito della nuova immagine dalla mano di Cristo. Così il debole, il codardo, il timido, lo sconfitto e colui che non ha nessuna padronanza di sé ascoltano la promessa dalla bocca dell’Onnipotente: “Ed ecco io faccio di te come una fortezza, come un muro di bronzo ... Nessuno potrà resistere a te per tutti i giorni della tua vita ... Non ti lascerò né ti abbandonerò. Sii coraggioso e forte” (Ger 1,18; Gs 1,5-6).

Matta El Meskin, Comunione nell’amore