La sapienza, che cos'è?

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Tutti consideriamo la sapienza come un bene desiderabile, anzi indispensabile a una vita buona e felice, ma poi ci riesce difficile precisare in che cosa consista, o come ottenerla. Sapienza è un fatto puramente interiore, un atteggiamento contemplativo, un esercizio intellettuale? Queste definizioni non sono inesatte, ma ancora parecchio approssimative se ci confrontiamo con la Bibbia ebraica. Siamo infatti in ricerca di una risposta più biblica, il che significa anche meno astratta, forse più articolata.

Nella Bibbia, particolarmente nel libro dei Proverbi, si paragona la vita dell’uomo a una via, a una “strada”, e capire dove ci porta questa strada definisce anche che cos’è la sapienza per la Bibbia: “Sapienza dell’accorto è capire la sua via” (Pr 14,8). Dunque la sapienza è un tratto esistenziale, è un fatto imprescindibile per orientarsi nella vita: è un “saper vivere” che abbraccia tutte le dimensioni dell’esistenza. La sapienza biblica è molto concreta, non è una filosofia.

Diciamo che la sapienza è una certa, corretta, esperienza del mondo. Ma subito aggiungiamo, con un detto più volte citato, che per gli antichi “le esperienze del mondo erano sempre … esperienze di Dio”. La sapienza è certamente la componente più laica, e per questo più universale, della Bibbia ebraica, quella che è più debitrice anche della ricerca dei popoli vicini, dall’Egitto alla Mesopotamia.

Non per questo cessa di essere “religiosa”, almeno nel senso che l’origine e l’autore della sapienza è Dio stesso, e quindi la ricerca della sapienza è anche, implicitamente, una ricerca di Dio. Per la Bibbia, e per le sapienze antiche, Dio e mondo non sono dissociati. Infatti questa ricerca andrebbe delusa se Dio stesso non avesse posto, nel mondo, un senso che, dopo tutto, resta ancora decifrabile, rimane ancora attingibile, ma che lui solo può rivelare: “Il cuore [la mente] dell’uomo pensa molto alla sua via ma è JHWH a dirigere i suoi passi” (Pr 16,9); “Da JHWH sono diretti i passi dell’uomo: come può l’uomo comprendere la sua via?” (Pr 20,24).

Dunque è certamente necessario uno sforzo di comprensione, un’applicazione del pensiero. Ma la vera sapienza non è disgiungibile dalla consapevolezza che la vita è un mistero più grande della capacità intellettuale di venirne a capo, e proprio la coscienza di questo limite è sapienza.

Nel libro di Giobbe si parla di questo mistero divino che anima il mondo, la vita degli uomini. Si parla, più precisamente, della “pienezza” o “perfezione” della sapienza, e questa viene descritta secondo le quattro dimensioni del mondo, proprio per manifestarne l’incommensurabilità. La sapienza si sottrae a una precisa delimitazione, a un’eventuale rintracciabilità: “È più alta del cielo: che ci puoi fare? Più profonda degli inferi: che ne sai? La sua misura è più lunga della terra e più larga del mare” (Gb 11,8-9).

La sapienza di Dio è dunque inaccessibile, inesauribile: è la cosa più alta, più profonda, più lunga e più larga. Anche Paolo si riferisce a questa rappresentazione cosmologica, sapienziale, quando deve parlare dell’amore di Cristo, che è la sapienza di Dio, il suo inesauribile mistero: “Il Cristo abiti per fede nei vostri cuori e così, radicati e fondati nella carità, possiate comprendere con tutti i santi quale sia la larghezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità dell’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio” (Ef 3,17-19).

Alberto Mello, Le quattro colonne della sapienza