Una reazione che sorprende

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Per la sua radicalità stessa, il discorso della montagna è una violenza alla logica del mondo. Si tratta di un nuovo discorso su Dio che scatena reazioni violente e ostilità nei confronti di colui che lo predica. Il seguito dell’evangelo mostra del resto che Gesù dovrà subire le conseguenze della violenza che le sue parole suscitano … Il discorso della montagna anticipa ciò che si realizzerà pienamente solo nella passione di Gesù. Il rifiuto di prendere la spada, al momento dell’arresto, indica la scelta di agire con la Parola invece che con le armi. La morte sulla croce è il luogo in cui Gesù porta alle estreme conseguenze la logica della parola inaudita del discorso della montagna. Al Golgota Gesù viene rivelato in verità come il “Figlio di Dio” che spezza la logica della violenza e offre un luogo nel quale conoscere il nuovo volto del Padre annunciato dal discorso della montagna.

Il Gesù di Matteo è radicalmente distante dalla violenza brutale, che si tratti di violenza fisica, violenza di stato, violenza rivoluzionaria o anche violenza divina. Ma resta comunque il fatto che nel primo evangelo ci sono parole di Gesù nelle quali è individuabile una forma di violenza, anche se si tratta di una violenza che si potrebbe qualificare come positiva, apportatrice di vita.

Vorrei illustrare questo punto tornando sulla quarta antitesi del discorso della montagna (cf. 5,38-42), dove Gesù affronta il problema della legge del taglione. Dapprima ne ribadisce la regola (cf. v. 38) che, lo si rammenti, costituisce già un progresso nelle relazioni umane rispetto alla prassi che consiste nel farsi giustizia con una vendetta che supera in violenza o in conseguenze il danno inizialmente causato. Poi Gesù invita a superare la legge del taglione con affermazioni la cui radicalità contraddice violentemente la logica della retribuzione normalmente in vigore nelle società umane. È così che bisogna leggere l’invito a “porgere l’altra guancia”: lungi dall’essere un gesto di soggezione servile, con il quale un individuo si sottomette all’arbitrio del suo avversario, si tratta al contrario di un atteggiamento che richiede molta energia e forza di volontà, con il quale la persona muta radicalmente atteggiamento (cioè non risponde all’aggressione ricambiandola con un gesto equivalente), invitando quindi l’aggressore a mutare a sua volta la visione che ha di se stesso e dell’altro. Si tratta di destabilizzare chi ha subito violenza per vincere in lui la pulsione istintiva che lo porta a rispondere alla violenza fisica con una violenza dello stesso genere. Il seguito del discorso è da intendersi secondo la stessa logica: adottare un atteggiamento che mira a mutare il rapporto dell’altro con la realtà rimettendo radicalmente in discussione la sua concezione del mondo. La logica è quella del rifiuto della reazione mimetica e dell’“effetto specchio”.

Lungi dall’essere nonviolenta, la logica dell’“altra guancia” implica quindi una forma particolare di violenza: è un appello alla potenza della vita che si erge contro la violenza bruta dell’“occhio per occhio”, la violenza del taglione. Il regno di Dio che nasce da questa possibilità offerta di una nuova comprensione dell’esistenza suppone dunque una violenza esercitata nei confronti della logica del mondo. In questo senso, il discorso della montagna costruisce appunto una “logica della dismisura del dono e della fiducia nella gratuità” che pone il credente, cioè colui che prende sul serio la parola di Cristo, in salutare tensione con il mondo, e dunque con una parte di se stesso.

Élian Cuvillier, Paradossi del Vangelo