Sulle tracce di Dio

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Custodire le ferite non è dialettica, non è superamento, è qualcosa di più grande di ogni evoluzione. Quando i giapponesi riparano un oggetto rotto, valorizzano la crepa riempiendo la spaccatura con dell’oro o della lacca preziosa. Essi credono che, quando un oggetto ha subito una ferita e ha una storia, diventi più bello. Questa tecnica è chiamata kintsugi.

L’occhio non vede se stesso; per scorgersi necessita di riflettersi in altro da sé. Ciò vale anche per l’occhio interiore: nessuno è specchio adeguato di se stesso.

L’altro che è in noi. Un detto rabbinico recita: “Fatti un cuore dalle molte stanze”. Perché l’edilizia interiore non conduca alla parcellizzazione, alla doppiezza o, peggio, alla schizofrenia, bisogna aggiungere: “E dalle molte porte che le mettono in comunicazione”.

Capita più volte che per un certo tempo si debba rimandare la lettura di alcuni libri. I volumi, per mesi o addirittura per anni, continuano a giacere nello scaffale senza che si entri in rapporto con essi. Finché dura questa situazione, i testi sono come dei boccioli che si ostinano a non schiudersi. Quando infine li si legge, pagina dopo pagina ci divengono familiari. A volte possono anche deludere, ma ciò in fin dei conti non riveste un’importanza decisiva: prima erano ignoti, ora siamo in relazione; quei volumi sono entrati nel nostro orizzonte. La maggior parte delle persone con cui abbiamo a che fare nella nostra vita sono paragonabili a libri non letti o, al più, superficialmente sfogliati. La vita umana è intessuta di possibilità mai dischiuse. In realtà nel caso del libro siamo noi che lo tiriamo fuori dallo scaffale senza che avvenga alcun moto complementare. Nelle relazioni interpersonali, invece, il movimento deve essere reciproco. In attesa che l’altro si apra per primo, spesso si sta fermi. A volte per anni, forse per sempre. L’impossibilità di una scelta unilaterale conferma tutta la grandezza e la difficoltà di un vero incontro.

Se la nostra ricerca di Dio ci portasse direttamente a lui, Dio non sarebbe Dio. Quanto è raggiungibile con le nostre forze non può essere che un idolo. Cercare per non trovare è, però, per definizione, condizione frustrante. L’unica fondata speranza nel cercare risiede nel passo: “Avvicinatevi a Dio ed egli si avvicinerà a voi” (Gc 4,8).

Il vangelo ci chiede un modo di vivere rispetto al quale ci avvertiamo sempre inadeguati; ci cogliamo radicalmente incapaci di comportarci, giorno per giorno, secondo quanto ci è domandato. Eppure nel contempo nulla ci appare più vero e autentico di questa parola che dice l’inautenticità del nostro consueto modo di vivere e proprio in ciò si trova anche una misteriosa – o forse, meglio, misericordiosa – consolazione. Il prigioniero non esce dal carcere, tuttavia sulla parete della sua cella c’è una finestra aperta sul mondo “altro” in cui si spera un giorno di poter andare.

La sfida della fede non sta tanto nell’avere grandi speranze, quanto nel convivere con le grandi delusioni figlie di quelle speranze: convivere e non già sopravvivere a esse. Il passaggio è ancora più esigente: quelle delusioni vanno rese momenti qualificanti della fede. Fu così pure per Gesù Cristo, che iniziò la sua vita pubblica annunciando la prossimità del Regno e finì morto in croce; tuttavia proprio quella morte è divenuta fondamento imprescindibile della nostra fede.

Piero Stefani, Sulle tracce di Dio