Grande e piccolo

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Il Regno che Gesù annuncia avrà ben poco in comune con le nostre società terrene: per questo siamo così restii a entrare in quell’ottica. Tendenzialmente saremmo portati ad applicare al Regno gli stessi criteri che funzionano così bene nei nostri regni, mentre, tra il regno di Gesù e i nostri, non solo le gerarchie non corrispondono, ma seguono una logica diametralmente opposta.

Già i discepoli di Gesù hanno trovato difficile comprendere questo aspetto. Nel vangelo di oggi Gesù annuncia loro la sua morte cruenta. Essi ne rimangono a tal punto sconvolti che non osano neanche più interrogarlo in proposito. La passione di Gesù diventa un tabù, fingono di non aver sentito, non se ne parla più. Tra di loro, però, gli apostoli parlano di altre cose, forse più interessanti ai loro occhi, e che sembrano preoccuparli. Discutono su chi sia il più grande. Si direbbe che sia questo ciò che hanno essenzialmente recepito dell’annuncio che Gesù ha appena fatto della sua morte ormai prossima: si dovrà trovare un successore. Le supposizioni si moltiplicano, la rivalità cresce. È quanto mai evidente che il loro modo di intendere la gerarchia, per il momento, è ancora identico a quello terreno: tutti vorrebbero essere il primo e il più grande.

Gesù li richiama dolcemente all’ordine, e per farlo utilizza due immagini che sono come due simboli della vera grandezza nel suo Regno. Innanzitutto quella del servo: “Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti”. Più tardi, alla vigilia della passione, Gesù aggiungerà un gesto a questa parola, e dinanzi ai suoi apostoli sotto shock, dinanzi a Pietro che come sempre protesta, Gesù rivestirà il ruolo dello schiavo, abbassandosi fino a lavare i piedi dei discepoli.

In fondo, probabilmente senza che gli apostoli se ne siano accorti, servendosi dell’immagine del servo Gesù sta parlando ancora della sua morte, anche se in altri termini. Per chi aveva assiduità con le Scritture, quell’immagine doveva richiamare spontaneamente alla memoria il Servo sofferente di Isaia, sfigurato e irriconoscibile a causa dei peccati del popolo, ma che per questa via lo salva (cf. Is 52,13-53,12). È sottomettendosi a sofferenze molto simili che Gesù diverrà il primo nel Regno. Quando sarà innalzato sul legno della croce, allora sarà incoronato vero re. Quando sarà rigettato da coloro ai quali era stato inviato, quando sarà scomparso dal loro orizzonte e più nessuna ambizione umana potrà toccarlo, allora inaugurerà la sua nuova gerarchia, e sarà in piena verità il loro capo e il loro re.

L’altro simbolo della nuova gerarchia è un bambino, il più indifeso tra gli esseri umani, nel quale Gesù si identifica. Gesù non è che un servo, non è che un bambino: “Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me”. I criteri di grandezza di Gesù sono agli antipodi di quelli che hanno maggior credito nel mondo.

La tentazione dei discepoli di Gesù sarà invece spesso quella degli apostoli in questo vangelo: tornare indietro, ritrovare delle forme di potere che siano rassicuranti tanto per coloro che lo esercitano quanto per coloro che li circondano forse troppo di buon grado per certi aspetti; forme di potere accettabili nei corridoi del potere terreno, ma che nel regno di Gesù sono fuori luogo. Tentazione che può insinuarsi surrettiziamente fin nelle nostre chiese, per occultarvi il luogo della vera grandezza, al di sotto di ciò che appare.

I criteri avanzati da Gesù erano comunque molto chiari: non il primo posto ma l’ultimo; non un capo ma un servo; non un notabile ma un bambino; non l’operaio che ha faticato tutto il giorno, ma quello dell’undicesima ora; e – cosa più sconcertante – non il giusto, lodato per la sua condotta, ma il peccatore. Gesù ci aveva avvertiti: “I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio” (Mt 21,31). Là non vi sarà alcuna promozione né precedenza al di fuori del criterio: “Molti dei primi saranno ultimi e molti degli ultimi saranno primi” (Mt 19,30).

A. Louf, E Gesù disse: “Ma non capite ancora?”. Il Vangelo secondo Marco