Cercare l'autentica spiritualità

Scriptorium
Scriptorium

di Gianfranco Ravasi
Domenica de Il sole 24 ore
20 AGOSTO 2017

Tempo fa, entrando in una mega-libreria al centro di una città, ho scoperto una sezione che recava la titola- tura Religione, spiritualità, esoterismo. Questa miscela di componenti disparate è, certo, generata dalla scarsa conoscenza dello statuto specifico di realtà molto diverse tra loro, etichettate spesso sotto l’ombrello generico del termine “spiritualità”. Ma è anche dovuta a un fenomeno carsico effervescente, ossia la produzione libraria di cascami e ciarpami di vaga interiorità, di spiritualismo, di devozionalismo, di rivelazioni eccitanti e persino di magia, astrologia, occultismo, arcano, esotismi e appunto di esoterismo.

In realtà, come esiste quella disciplina dotata di un suo rigoroso metodo epistemologico che è la teologia, così da sempre si sviluppa un orizzonte spirituale che ha una sua fisionomia tipica e che va sotto il nome di “mistica”, da non confondere appunto con un gassoso “misticismo”.

Affermata dunque l’identità propria dell’alta “mistica”, è necessario isolare an- che una fascia intermedia che si potrebbe definire di “spiritualità”, che non raggiunge lo zenit sfolgorante della mistica appena evocata ma che è ben aliena dal nadir della voragine ove si accumula la paccottiglia spiritualeggiante a cui prima si alludeva. A questo ambito medio ma qualitativamente degno si possono assegnare molti scritti che rivelano una loro capacità intuitiva e che suggeriscono un’esperienza interiore efficace. Alla proposta di questo orizzonte si dedica non di rado l’editrice Qiqajon della nota Comunità di Bose, il cui catalogo permette però di accedere anche ai piani alti della mistica (spesso dell’Oriente cristiano). Solo a titolo esemplificativo, affidandoli alla lettura che è agevole e suggestiva, segnalo una trilogia di volumetti da poco pubblicati proprio da questa editrice che nel suo nome evoca l’alberello (il ricino?) sotto cui Giona, il profeta biblico renitente, si riparò dal sole cocente di Ninive.

Il primo non proviene dalla penna di un ecclesiastico, bensì di un biologo che è anche un noto scrittore francese, Alexis Jenni (1963), Premio Goncourt nel 2011. Egli presenta Il volto di tutti i volti, che è quello divino, e lo fa con una freschezza inattesa che non è – come egli scrive – una fredda “enunciazione”, bensì un’“annunciazione” epifanica. Attraverso un bagaglio di esperienze personali (è facile pensare al’altro francese più popolare, il Carrère del Regno, il cui percorso è però inverso, dalla fede all’agnosticismo), Jenni ricompone quasi a mosaico, attraverso le molteplici facce umane, il volto unico di Cristo “icona” perfetta di Dio, come diceva s. Paolo (Colossesi 1,15). L’idea balenava già nell’Artefice di Borges che, riconoscendo che non abbiamo ritratti di Cristo (neppure evangelici) e ammiccando anch’egli all’Apostolo, scriveva: «Forse un tratto del volto crocifisso si cela in ogni specchio, forse quel volto morì, si cancellò, affinché Dio sia tutto in tutti».

Il percorso per scoprire quel volto unico e molteplice è da Jenni affidato alla corporeità, come spesso accade anche alla mistica autentica che non è un’eterea contemplazione né un decollo dalla polvere della storia verso i cieli di una rarefatta astrazione estatica.

Così, le tappe di questo itinerario verso Dio e il suo profilo luminoso sono scandite da un settenario sensoriale: sapere, gustare, vedere, intendere, sentire, toccare, parlare. E giustamente alla copertina è stato apposto un carnale abbraccio di due visi immersi nella pienezza dell’abbandono notturno dei corpi sognanti, cioè un bronzo di Igor Mitoraj (ma l’immagina-ione corre anche a quel capolavoro berniniano che è l’Estasi di s. Teresa nella chiesa romana di S. Maria della Vittoria).

Solo un cenno alle altre due opere “spirituali” che mostrano un particolare aspetto del genere di cui trattiamo, cioè il loro affondarsi nel mare delle Scritture Sacre. Per primo facciamo entrare in scena Rowan Williams, che dal 2002 al 2012 è stato a capo della Chiesa anglicana come arcivescovo di Canterbury. Egli si affida alle pagine di s. Paolo per ricomporre il volto di Dio, consapevole della potenza dirompente dell'Apostolo nello stracciare certe immagini stereotipate del divino, soprattutto con l’irruzione di Cristo, che è la «pericolosa novità» introdotta dal cristianesimo. Devo confessare che il dettato dell’arcivescovo odora un po’ di “ecclesialese”, pur col suo sforzo di interloquire con le istanze contemporanee. Tuttavia è evidente che l'ancoraggio testuale è solido e impedisce di stemperare il messaggio teologico in un impalpabile appello predicatorio.

Non per nulla al termine di ogni capitolo si rivolgono al lettore una serie di “domande per la riflessione e la discussione”, capaci di risvegliare le coscienze assonnate.

Accostiamo, infine, il testo di un altro arcivescovo inglese, questa volta cattolico, che è stato dal 2006 al 2013 nunzio (ambasciatore) del papa in Egitto e che è anche un apprezzato islamologo, Michael L. Fitzgerald. Il suo scritto appartiene a un genere letterario classico, quello degli “Esercizi spirituali” che hanno il loro archetipo in s. Ignazio di Loyola, il fondatore dei Gesuiti.

L’originalità di queste pagine è nella loro dimensione interreligiosa: accanto alla stella della Bibbia viene fatta brillare anche quella dell’autentica spiritualità musulmana legata ai «bellissimi nomi» di Dio.

Si delinea, così, un armonico e singolare contrappunto tra le due fedi che si ritrovano spalla a spalla nel contemplare il volto del Dio creatore, trascendente eppure vicino (più di quanto lo sia per noi la nostra aorta, dice il Corano), re e signore eppure buono e misericordioso, guida nel cammino tempestoso della storia, generoso e fedele e soprattutto «nostra pace» suprema perché anche nel Corano si proclama che «Egli è Dio, non c'è altro dio che Lui, il Re, il Santo, al-salam, cioè la Pace» (59,23).