Gesù modello di comunione per tutti i cristiani

Campanile della Martin Luther Church, Hainburg, Austria
Campanile della Martin Luther Church, Hainburg, Austria

“Unità dei cristiani: quale modello di piena comunione?” – era il titolo della Sessione Plenaria del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani (8-11 novembre 2016), alla quale ho partecipato come consultore. Era una bella occasione per essere aggiornati sugli sviluppi delle relazioni tra i cristiani di varie confessioni e per riflettere insieme su come andare avanti. Molta attenzione è stata posta sui dialoghi teologici bilaterali, che costituiscono un aspetto importante del lavoro del Pontificio Consiglio, ma abbiamo riflettuto anche su vari altri aspetti.

La questione di un “modello di piena comunione” è molto complessa: infatti, già tra di noi, cattolici, le proposte di un modello sono abbastanza diverse. Le visioni e le attese degli altri cristiani variano ancora di più: da un minimo comune, che richiedono alcuni, a voler quasi essere uniformi, come pretendono altri. Nel frattempo il numero delle confessioni e le differenze non fanno che aumentare. E se da una parte ci si avvicina su alcuni aspetti (per es. a livello dottrinale con gli ortodossi e i luterani), ci si allontana su altri (per es. con la gran parte dei protestanti al livello etico-morale).

Dialoghi teologici sono necessari e la ricerca di un modello di comunione sembra opportuna. Mi chiedo, però, se lavoriamo abbastanza su ciò che dovrebbe essere il fondamento di questo approccio. Infatti, ho sempre di nuovo l’impressione – anche nel dialogo teologico cattolico-ortodosso, al quale partecipo – che non riusciamo ancora a intenderci. Rimangono ancora tanti pregiudizi, legati alle difficoltà e ferite del passato, che frenano e a volte bloccano il cammino. Cresce la percezione che le principali difficoltà non sono le questioni teologiche e giuridiche, ma la mancanza di fiducia reciproca che fa vedere le differenze molto più grandi di quanto siano realmente. Inoltre, la mancanza di fiducia ci fa soprattutto essere più attenti alle forme e alle dottrine che alle persone.

Con tutto il rispetto per il resto, però, nel dialogo, l’essenziale sono proprio le persone e la comunione tra di loro. Essendo creati a immagine di Dio, a immagine della comunione del Padre e del Figlio nello Spirito Santo, riusciremo a vivere la comunione tra di noi solo nella misura in cui partecipiamo alla comunione con le Persone divine. Questa comunione divina si rivela a noi grazie allo Spirito nella persona di Gesù Cristo, e in Lui, nel suo Corpo che è la Chiesa, anche noi siamo capaci di vivere la comunione gli uni con gli altri. Anche se il peccato ci ha allontanati da Dio e gli uni dagli altri, in Cristo possiamo di nuovo riconciliarci con il Padre e tra di noi: con il suo mistero pasquale, con la sua morte e risurrezione, Cristo ci ridona la fiducia, che ci fa di nuovo figli del Padre e fratelli tra di noi.

Studiando anni fa la vita e il pensiero di padre Pavel Florenskij, della Chiesa ortodossa russa, mi ha toccato molto il suo articolo Cristianesimo e cultura (pubblicato in Bellezza e liturgia. Scritti su cristianesimo e cultura, Mondadori, Milano 2010, 49-68). La principale causa delle divisioni, secondo lui, è l’allontanamento da Cristo, che si esprime nel dare precedenza agli aspetti esterni del cristianesimo (insegnamento, riti, strutture, etc.) e alle reciproche ferite della storia. La sua proposta di superamento delle divisioni è soprattutto la fiducia: “Se i cristiani di una confessione credessero nella sincerità dell’orientamento a Cristo dei cristiani delle altre confessioni, è verosimile che non ci sarebbero divisioni tra loro, senza che ciò, tuttavia, implichi una eliminazione delle diversità”.

Non si tratta in primo luogo di cambiare insegnamenti o espressioni esterne, e tanto meno di passare dall’una all’altra confessione, ma soprattutto di rinnovare sul serio il nostro rapporto con Cristo. Florenskij conclude: “Chi si immerge spiritualmente nella propria confessione e tenta di essere il figlio fedele della propria Chiesa, con ciò stesso è unito in Cristo anche agli altri cristiani”. Con altre parole: se siamo veramente in relazione personale con Cristo nella nostra Chiesa, siamo già in comunione con quelli che sono uniti a Lui nelle altre Chiese locali/particolari, nelle quali si rivela (si rende presente) l’unica Chiesa di Cristo.

La fiducia, però, non possiamo né averla né produrla, senza prima accoglierla da Colui che ha avuto fiducia in noi mentre eravamo ancora peccatori (cf. Rm 5,6) e lontano da Lui. Cristo, nel suo mistero pasquale, nel suo sacrificio d’amore, ci offre la piena fiducia, senza che ne siamo degni né che siamo capaci di rispettarla e contraccambiarla. Si tratta di un dono gratuito, che può essere solo accolto e mai meritato o guadagnato con la propria bravura. È il dono della misericordia del Padre che ci rende di nuovo figli nel Figlio, ci rende capaci di fiducia reciproca. Accogliendo questo dono e condividendolo con gli altri, possiamo crescere nella comunione non solo con altri cristiani, ma con tutti gli uomini e le donne di buona volontà.

“Chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà” (Mt 16,25). Cristo non ha cercato di affermare la propria posizione, tanto meno di salvare la propria faccia – si è consegnato nelle mani di chi non lo rispettava e lo perseguitava. Eppure, proprio con questa consegna ha ispirato la fiducia degli apostoli, di alcuni farisei (come Saulo/Paolo) e in seguito di tante altre persone. Mi auguro che ciascuno di noi cristiani possa seguire questo esempio di Cristo, e sono sicuro che grazie a un tale atteggiamento di fiducia ci incontreremo in Lui, unico “modello” della piena comunione.

Milan Žust s.j. per Finestra Ecumenica